CHIRURGIA

«Tecnologia, ricerca, passione:
così porteremo l’urologia dell’EOC
a livelli di eccellenza»

Data di pubblicazione Sabato 11 settembre 2021 Tempo di lettura circa 6 minuti di lettura

Intervista al nuovo primario Andrea Gallina, arrivato a Lugano dall’ospedale San Raffaele di Milano. Team multispecialistico per assistere i pazienti oncologici, collaborazione con altri centri svizzeri e internazionali, formazione di nuovi medici disposti a rimanere in Ticino
di Elisa Buson

Nel bel mezzo della pandemia non ci ha pensato due volte a fare le valigie con moglie e figli per trasferirsi da Milano a Lugano. Con sé ha portato il camice bianco e oltre 15 anni di esperienza nel campo dell’urologia e della chirurgia robotica, acquisita in uno dei centri più rinomati a livello europeo, l’Ospedale San Raffaele, oltre che al Centro ospedaliero dell’Università di Montreal, in Canada, e presso la Clinica OLV di Aalst, in Belgio. Nella testa, l’idea di intraprendere un nuovo percorso personale e professionale e una missione da compiere: potenziare il servizio di chirurgia urologica in Ticino per portarlo a livelli di eccellenza.

Professor Andrea Gallina, dallo scorso gennaio lei è diventato primario del Servizio di Urologia dell’Ospedale Regionale di Lugano e docente di urologia alla Facoltà di scienze biomediche dell’Università della Svizzera Italiana (USI). Cosa l’ha convinta a lasciare il San Raffaele per intraprendere questa nuova avventura?

«L’idea di crearmi uno spazio personale e di diventare indipendente. Il mio maestro, il professor Francesco Montorsi, diceva sempre: “Ti ho dato le gambe per camminare, adesso devi correre”, e così ho deciso di fare. La cosa che più mi ha affascinato è stata la prospettiva di lavorare in un’università nuova e in piena crescita, che offre l’opportunità di creare un percorso innovativo e di altissima qualità. Quello che ho trovato qui mi ha ricordato molto il San Raffaele degli inizi, che ho conosciuto quando mi sono iscritto alla facoltà di medicina. Mi piaceva l’idea di ripercorrere quel fantastico cammino in un ambiente dinamico, al fianco di persone giovani e motivate. All’USI il progetto è ambizioso e c’è la possibilità di creare un master in medicina di livello molto elevato. Proprio in questi giorni stiamo lavorando agli ultimi dettagli per il secondo semestre. Abbiamo incluso anche un programma di urologia molto stimolante per i 48 studenti iscritti».

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Da medico urologo che situazione ha trovato in Svizzera?

«Il quadro è un po’ diverso da quello di altri Paesi europei. In Italia, ad esempio, non esiste la figura dell’urologo del territorio, mentre qui ho trovato un altro tipo di approccio al paziente e altre dinamiche che sto imparando a conoscere in questi mesi. Sia dentro che fuori l’Ente Ospedaliero Cantonale (EOC) ci sono ottimi professionisti, che però non hanno la possibilità di trattare grandi numeri di casi perché il bacino di utenza è molto ridotto e si sente forte la competizione dei centri della Svizzera interna e dell’Italia. Il mio obiettivo è ridurre e idealmente arrestare questa emorragia di pazienti alla ricerca di un trattamento fuori dal Cantone».

Come pensa di convincere chi soffre di tumore alla prostata o di calcolosi renale a restare in Ticino per curarsi?

«Semplicemente offrendo un servizio sempre migliore. Stiamo puntando molto sull’approccio multidisciplinare per dare assistenza a 360 gradi: tutti i casi di tumore in ambito urologico, per esempio, vengono affrontati unendo le competenze di specialisti diversi, dall’urologo all’oncologo, dal radiologo allo psicologo, che una volta alla settimana si riuniscono per discutere la situazione dei singoli pazienti ed elaborare risposte concrete ai loro bisogni».

Sarà il paziente a venire da voi o sarete voi ad andare dal paziente?

«La nostra ambizione è quella di dare finalmente forma all’idea di ospedale cantonale su quattro sedi con un unico coordinamento. Da un punto di vista pratico, questo significa offrire un servizio standard in tutte le sedi per affrontare i casi di malattia più comuni e poi centralizzare le aree di expertise per i casi più complicati in sedi specifiche. Ad esempio, un paziente con una calcolosi renale semplice potrà ricevere adeguata assistenza in qualsiasi sede, mentre il paziente con una calcolosi complessa verrà indirizzato al centro di Mendrisio, dove è disponibile la strumentazione specifica per il suo caso. Allo stesso modo, la chirurgia ad alta complessità potrà essere concentrata all’ospedale di Lugano, mentre tutte le operazioni urologiche di routine potranno essere gestite in ogni struttura EOC. Gli stessi specialisti si sposteranno da una sede all’altra per operare dove necessario e fornire così un servizio sempre più su misura. Questo approccio ci permetterà di ottimizzare le expertise, concentrare la casistica e, perché no, contenere anche le spese. Il progetto è in fieri e, non ce lo nascondiamo, è anche piuttosto complesso da un punto di vista burocratico, ma siamo fiduciosi».

Prevedete anche di aumentare il numero di specialisti?

«Grazie all’università vorremmo attirare nuove leve, giovani interessati a formarsi in Ticino e a restare qui per esercitare la professione. E non parlo di chirurghi che operano e basta: mi riferisco alla figura più moderna del chirurgo ricercatore, che non si limita al mero gesto chirurgico ma studia, analizza i suoi dati e propone ricerca e innovazione clinica».

A proposito di ricerca, il Ticino può contare su esperti di livello internazionale in campo urologico: come pensate di trarne vantaggio a favore dei pazienti?

«Trovando tempo e spazi da dedicare alla ricerca traslazionale, che serve proprio a portare le scoperte dal laboratorio al letto del paziente. Molto si è già fatto per la nefrologia, l’ortopedia e il Cardiocentro, mentre per l’urologia è ancora tutto da costruire: lo faremo con l’USI e gli istituti di ricerca che fanno parte dell’EOC o vi afferiscono in termini di collaborazione. Inoltre stiamo partecipando a un bando per un finanziamento USI per giovani ricercatori, che ci permetta di avere una figura dedicata alla ricerca e alla gestione dei dati».

In quest’ottica che ruolo avranno le collaborazioni scientifiche internazionali?

«Saranno determinanti. Per cominciare, però, ho voluto dare priorità alla formazione di un network intercantonale: così abbiamo iniziato a tessere i primi legami con le principali università svizzere, ipotizzando dei filoni di ricerca comuni, e abbiamo gettato le basi per nuove collaborazioni con i colleghi di Losanna e Ginevra. Ovviamente coltiveremo anche le collaborazioni internazionali, a partire da quella con il San Raffaele, e proveremo a partecipare a grandi consorzi e network di ricerca che coinvolgono enti di più Paesi. Quelli che stiamo facendo sono tanti piccoli passi: non possiamo rivoluzionare tutto in sei mesi, ma lavoriamo per un progetto a lungo termine. Ci sono delle difficoltà intrinseche, organizzative e burocratiche, e alcune incertezze che purtroppo non dipendono da noi: basti pensare alla pandemia di Covid-19 o ai mancati accordi con l’Unione europea. Questo però non toglie che ci dobbiamo provare: sarebbe un peccato non sfruttare questa occasione».

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