oncologia

Tumore della prostata,
trovati i "messaggeri"
che favoriscono le metastasi

Data di pubblicazione Venerdì 12 febbraio 2021 Tempo di lettura circa 4 minuti di lettura
Giuseppina Carbone, responsabile del laboratorio "Prostate Cancer Biology" all’Istituto Oncologico di Ricerca di Bellinzona (foto di Loreta Daulte)
Giuseppina Carbone, responsabile del laboratorio "Prostate Cancer Biology" all’Istituto Oncologico di Ricerca di Bellinzona (foto di Loreta Daulte)

Sulla rivista scientifica Communications Biology i risultati di uno studio coordinato da Giuseppina Carbone dello IOR. Occhi puntati su microscopiche vescicole (gli esosomi), che vengono rilasciate nel sangue
di Agnese Codignola

Le cellule tumorali hanno un sistema tutto loro per mandare segnali nelle più diverse zone del corpo, facilitare la propria sopravvivenza e soprattutto promuovere la propria diffusione anche in distretti lontani dalla sede primaria, ovvero favorire la formazione di metastasi: l’invio di microscopiche vescicole chiamate esosomi. Nel caso del tumore della prostata, poi, sembra che questi ultimi possano avere un ruolo di assoluta importanza nella progressione tumorale. C’è però anche una buona notizia: ciò che rende unici gli esosomi, li rende anche sfruttabili a fini diagnostici, prognostici e, in futuro, probabilmente, a fini terapeutici.

Questo, in sintesi, quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista scientifica  Communications Biology e condotto dall’équipe di "Prostate Cancer Biology", con il coordinamento di Giuseppina Carbone, all’Istituto Oncologico di Ricerca (IOR) di Bellinzona, affiliato all’Università della Svizzera Italiana (USI). Lo studio ha coinvolto anche vari centri clinici in Ticino, incluso l’Istituto Oncologico della Svizzera Italiana (IOSI), il Cardiocentro Ticino, nonchè internazionali come l’International Centre for Genetic Engineering and Biotechnology (ICGEB) di Cape Town (Sudafrica) e il Portuguese Oncology Institute di Porto. 

«Gli esosomi - spiega Carbone - sono piccolissime vescicole, del diametro medio di qualche centinaia di nanometri (un nanometro equivale a un miliardesimo di metro, ndr), prodotte dalle cellule e contenenti acidi nucleici, proteine e lipidi circondati da una membrana a doppio strato. Vengono secreti da ogni tipo di cellula e si trovano in ogni tipo di fluido corporeo, dal sangue alla saliva, e il loro scopo è garantire la comunicazione tra cellule sia nelle immediate vicinanze – nel cosiddetto microambiente – sia a distanza». Si tratta, quindi, di messaggeri che circolano normalmente. Ma quantità e qualità del contenuto dei diversi esosomi sono ciò che fa la differenza, perché quelli secreti dalle cellule tumorali e, in particolare, dalle cellule di tumore prostatico, hanno caratteristiche che li rendono unici. «In studi precedenti - continua l’esperta - avevamo dimostrato che tumori prostatici con un elevato livello di frammenti di RNA chiamati microRNA (miR-424), sono associati a maggiore malignità (l’RNA è lo “stampo” usato dal DNA per produrre proteine, ndr). Il passo ulteriore, cui è dedicato lo studio, è stato dimostrare che tali esosomi hanno la capacità di intervenire su altre cellule, rendendole meno differenziate, più staminali e quindi più propense a formare metastasi». 

Che gli esosomi contenenti miR-424 si comportino così i ricercatori lo hanno visto sia aggiungendoli a cellule di prostata normali e tumorali, sia su modelli animali, e sia utilizzando campioni di pazienti, con risultati molto interessanti. «Isolando esosomi dal plasma (la parte liquida del sangue, ndr) dei pazienti e quantificando il loro contenuto di miR-424, è possibile discriminare tra forme di tumore più pericolose, che hanno maggiori probabilità di formare metastasi, e altre a crescita più lenta, così come tumori iniziali o semplici ipertrofie prostatiche benigne». 

Si tratta di un passo in avanti molto importante specificamente nel tumore prostatico, perché oggi è ancora molto difficile distinguere tra forme benigne e maligne, in base al solo dosaggio dell’Antigene Prostatico Specifico o PSA (un test che permette di rivelare la presenza di cellule tumorali della prostata, ma che viene influenzato anche da molti altri fattori). Ciò comporta spesso l’esecuzione di test invasivi come le biopsie, quando non di terapie che possono avere pesanti effetti collaterali. «Poiché gli esosomi si trovano in ogni fluido del corpo - chiarisce Carbone - si può pensare che in un futuro non lontano si procederà al loro isolamento con un semplice prelievo di sangue, per monitorare la progressione del tumore e diagnosticare una recidiva clinica».

Ma l’aspetto diagnostico è solo uno dei possibili risvolti di quanto scoperto. Accanto a esso c’è infatti anche quello terapeutico, che ha un grande potenziale. Ancora Carbone: «Esistono già molecole sperimentali che neutralizzano i microRNA, e i primi dati ci dicono che sono efficaci e privi di tossicità evidenti. Dobbiamo andare avanti e capire come bloccare il rilascio e la circolazione dei microRNA negli esosomi, e sviluppare metodi applicabili nell’uomo». 

Come ha dimostrato la vicenda dei primi vaccini anti-Covid (quello di Moderna e Pfizer-BioNTech), il possibile ruolo delle terapie che partono dall’RNA e dalle sue caratteristiche specifiche è solo agli inizi, e sta rivelando molte sorprese positive. Tra queste ci potrebbe essere presto un nuovo approccio diagnostico e terapeutico per il carcinoma prostatico: basato proprio sul frano ai microRNA in esosomi circolanti.

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