NEUROMODULAZIONE

Quando il dolore non è un sintomo, ma una vera e propria malattia

Data di pubblicazione Venerdì 24 aprile 2020 Tempo di lettura circa 6 minuti di lettura

Una revisione della letteratura scientifica, eseguita da Paolo Maino e Eva Koetsier (EOC) e da Marco Barbero (SUPSI), getta nuova luce sulla sindrome miofasciale, un problema di non facile interpretazione
di Elisa Buson

«Dottore, ho un dolore insopportabile che parte proprio da qui!». È la frase tipica pronunciata da chi soffre di sindrome miofasciale, un dolore cronico di origine muscolo-scheletrica che tipicamente si manifesta associato a disturbi come cervicalgia, lombalgia e artrosi.

La sua peculiarità è quella di essere un disturbo localizzato in un punto ben specifico, che nei casi più gravi può evocare anche un dolore diffuso. I medici lo definiscono trigger point e può insorgere in qualsiasi muscolo: in genere si manifesta a livello di collo, spalle e schiena, ma in alcuni casi può interessare anche le gambe. A scatenare l’infiammazione è solitamente un sovraccarico muscolare, frequente negli sportivi e nei lavoratori gravati da lavori fisicamente pesanti, ma possibile perfino nei colletti bianchi che trascorrono la giornata seduti al computer.

Per anni gli esperti si sono interrogati sulla reale natura di questo disturbo, ma ora una pubblicazione svizzera mette la parola fine al dibattito. Il dolore miofasciale non è solo un sintomo, ma una patologia a sé stante: a indicarlo è la revisione pubblicata sulla rivista Current Opinion in Supportive and Palliative Care dal gruppo di ricerca guidato da Paolo Maino, responsabile del Centro di terapia del dolore dell’Ente ospedaliero cantonale (EOC), da Eva Koetsier caposervizio del Centro di terapia del dolore e da Marco Barbero, fisioterapista professore presso il Laboratorio di ricerca in riabilitazione 2rLab della Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI).

«Abbiamo passato in rassegna centinaia di studi pubblicati negli ultimi vent’anni sul dolore miofasciale - spiega Barbero. - I dati dimostrano che questa iperalgesia esiste di per sé, non è semplicemente una spia di un’altra condizione, e per la sua natura infiammatoria può essere addirittura causa primaria di dolore muscolo-scheletrico».

La revisione è stata l’occasione per fare anche un po’ di ordine tra gli studi clinici che nel tempo hanno provato a valutare l’efficacia dei diversi trattamenti. «I risultati – aggiunge l’esperto - evidenziano l’utilità della pratica della digitopressione e dell’allungamento muscolare in corrispondenza del punto dolente, così come il dry needling, ovvero la stimolazione con aghi sterili e monouso simili a quelli usati per l’agopuntura».

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Dopo aver trovato queste prime risposte, la ricerca non intende comunque fermarsi. Perché c’è ancora molto da scoprire sul dolore miofasciale e, più in generale, su tutte le altre forme di dolore cronico, come quelle associate ad artrosi, nevralgie, ma anche fibromialgia, diabete, traumi e tumori. Si stima che in Europa siano quasi 80 milioni le persone colpite. Il denominatore comune è la persistenza del disturbo, che si protrae per più di 3-6 mesi arrivando a durare anni, con un pesante impatto sulla qualità di vita e sui costi sanitari.

INFORMAZIONI SBAGLIATE - «Sappiamo che il dolore cronico è dovuto solo in parte al danno anatomico», precisa Barbero. «In realtà è anche frutto di un’alterata elaborazione delle informazioni che arrivano al sistema nervoso centrale: resta ancora da capire come ciò avvenga e perché l’esercizio fisico riabilitativo riesca a modularlo».

Come nella favolosa ricerca delle sorgenti del Nilo, gli esperti stanno risalendo il corso dello stimolo doloroso per capire da dove sgorghi, in modo da creare “dighe” sempre più efficienti per arginarlo. Anche ricorrendo a strumenti estremamente sofisticati come la neuromodulazione, una tecnica che stimola il sistema nervoso centrale o periferico con deboli correnti elettriche, del tutto innocue, allo scopo di “ingannare” il cervello.

Proprio il gruppo di Paolo Maino al Centro di terapia del dolore EOC è tra i pionieri di questa pratica. «Il meccanismo d’azione non è ancora del tutto noto – spiega l’esperto - ma l’ipotesi più probabile è che lo stimolo elettrico riesca ad arrivare al cervello prima dello stimolo doloroso, riuscendo a bloccarne l’afferenza e attivando le vie inibitorie del dolore che partono dal cervello e vanno verso la periferia del corpo».

Il trattamento risulta particolarmente efficace contro il dolore neuropatico urente: provocato da lesioni nervose (dovute ad esempio a traumi, interventi chirurgici o compressioni radicolari trascurate), è caratterizzato dalla costante sensazione di avere un fuoco, degli spilli o delle scosse elettriche che colpiscono, solitamente, una gamba o un braccio. «Il dolore neuropatico è difficile da trattare: in genere si usano farmaci antiepilettici e antidepressivi, ma molti pazienti sono refrattari», sottolinea Maino.

Proprio in questi casi si può pensare alla neuromodulazione, fatta applicando degli elettrodi dietro il midollo spinale. «È una tecnica mininvasiva che consiste nell’inserimento a livello lombare di un piccolo elettrodo di dimensioni simili a quello usato per l’epidurale del parto: lo si fa risalire in prossimità dell’ottava vertebra toracica e si collega a uno stimolatore simile a un pacemaker.

Inizialmente lo stimolatore e l’elettrodo sono esternalizzati, per consentire al paziente di verificarne l’effetto durante un periodo di prova di almeno due settimane. Se la riduzione del dolore è maggiore del 50%, il pacemaker viene impiantato sotto cute appena sopra il gluteo - precisa l’esperto. - Come per ogni intervento, il rischio più frequente è che si possa verificare un’infezione, mentre la probabilità di lesioni nervose è bassissima se la procedura viene eseguita correttamente, perché gli elettrodi vengono posizionati sotto controllo radiologico».

UNA LEGGERA VIBRAZIONE - Quando si attiva la stimolazione, il paziente percepisce una piacevole vibrazione che annulla o riduce significativamente la sensazione dolorosa nella zona interessata. Circa l’85 % dei pazienti sottoposti al test risponde positivamente riportando una significativa riduzione del dolore.

Per i pazienti con dolori che dipendono da una lesione nervosa periferica, gli elettrodi vengono applicati non dietro il midollo spinale, bensì direttamente sui gangli dorsali delle radici spinali presenti sui nervi in uscita dal midollo spinale», spiega Maino. Proprio la sua equipe, nel 2013, è stata la prima a introdurre la tecnica in Svizzera, nonché la seconda al mondo ad attuarla usando ben quattro elettrodi. «Agendo direttamente sui gangli - dice Maino - riusciamo a eliminare il dolore nell’80% dei casi, usando tra l’altro una stimolazione così leggera che il paziente non la percepisce neppure».

Il miglioramento della qualità di vita dei pazienti è tale che i ricercatori stanno già sperimentando il trattamento anche su altri tipi di dolore cronico, come le neuropatie periferiche. Dopo i primi test sugli animali, condotti in collaborazione con un laboratorio dell’Università di Maastricht, in Olanda, il gruppo di Maino ha avviato quattro anni fa uno studio pilota su un piccolo gruppo di pazienti, inclusi alcuni affetti da neuropatia diabetica. È ancora difficile prevedere quanti pazienti in futuro potranno spegnere il dolore premendo un semplice interruttore, ma a quanto pare il loro numero è destinato ad aumentare: la ricerca, conclude l’esperto, sta già valutando la possibilità di usare la neuromodulazione «per trattare anche il dolore nocicettivo, come quello “meccanico” del più comune mal di schiena».