PROSPETTIVE

«USI al top dell’innovazione,
ma per crescere ancora abbiamo bisogno dell’aiuto dei privati»

Data di pubblicazione Lunedì 20 settembre 2021 Tempo di lettura circa 8 minuti di lettura

Monica Duca Widmer, presidente del Consiglio dell’Università della Svizzera italiana, traccia gli scenari per il futuro. Il livello della Ricerca in Ticino è alto, però occorrono nuovi finanziamenti (e più comunicazione)
di Paolo Rossi Castelli

Dodici anni nel Consiglio dei Politecnici federali, sei nel Consiglio dell’Università di Lucerna, altri dodici in quello della SUPSI: Monica Duca Widmer, dal 2020 presidente del Consiglio dell’Università della Svizzera italiana, ha una lunghissima competenza nella gestione organizzativa, e amministrativa, progettuale, del mondo accademico. Ingegnere chimico con uno studio a Taverne che si occupa di risanamento ambientale (e che dà lavoro a 22 persone), è stata inserita dalla rivista zurighese Women in Business nell’elenco delle 100 donne più influenti della Svizzera. In questo 2021, ancora segnato dalla presenza della pandemia, lavora - in piena collaborazione con il Rettorato e con il Senato accademico - ai piani di sviluppo dell’USI per il futuro, in un momento importante per l’Università della Svizzera italiana, perché si festeggiano i 25 anni dalla sua fondazione. Il Consiglio, lo ricordiamo, nelle università svizzere assomiglia un po’ al consiglio di amministrazione delle aziende (pur con mille differenze rispetto al mondo imprenditoriale), mentre il Rettorato equivale, se vogliamo mantenere questo (improprio) paragone, alla Direzione generale.

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Signora Duca Widmer, lo sviluppo dell’attività di ricerca scientifica dell’USI, e del Ticino, passa attraverso una posizione geografica particolare, fra due poli molto importanti, ma forse anche temibili, come Zurigo e Milano. È un vantaggio o uno svantaggio?

«È una fortuna - risponde la presidente dell’USI - che ci obbliga, però, a focalizzare l’attenzione su settori specifici, dove non ci sono gli altri, o ci sono poco. È uno stimolo a differenziarci, nella ricerca, ma anche nella didattica. E infatti la nuova Facoltà di scienze biomediche dell’USI ha un sistema di insegnamento completamente diverso, rispetto alle altre in Svizzera. Anche l’Accademia di architettura, che ha puntato sull’architettura “culturale”, è molto diversa dai Politecnici. E mi piace ricordare anche la Facoltà di comunicazione: l’USI è stata la prima in Europa a creare questo tipo di facoltà. Abbiamo sempre cercato di essere innovativi, con un rapporto molto alto fra il numero dei professori e quello degli studenti. La nostra crescita potrà essere solo qualitativa, non quantitativa».

Da un punto di vista gestionale, amministrativo, come vede il futuro della Ricerca ticinese?

«Per dare una spinta in più ai nostri ricercatori dovremo ricorrere in misura sempre crescente all’aiuto dei privati. Il governo e il parlamento cantonali, infatti, non intendono investire, per quanto riguarda l’Università della Svizzera italiana (nel suo complesso), più di quanto facciano già adesso. D’altronde, il finanziamento che il Cantone assegna all’USI è ingente: 22 milioni di franchi l’anno. A questi soldi si aggiungono poi gli aiuti della Confederazione e i “grant” del Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica».

Che cosa intende quando parla di spinta in più?

«Penso soprattutto alla ricerca che nasce all’interno dell’Ente ospedaliero cantonale, partner fondamentale dell’USI nell’ambito biomedico. Esistono già realtà di eccellenza all’interno dell’EOC (basta pensare al Neurocentro e al Cardiocentro, per citare i due nomi più conosciuti), ma è necessario che anche altri gruppi di ricerca dell’Ente facciano il salto, in modo da creare una piattaforma più ampia. Le persone di valore ci sono: occorrono solo tempo, organizzazione e, come dicevo, l’aiuto di sostentitori privati e di fondazioni. In Ticino non mancano: la stessa USI non sarebbe nata, 25 anni fa, se non fosse intervenuta la forte generosità di alcune persone che vivono qui e credono fortemente nel valore della ricerca e della cultura».

Non c’è soltanto una componente ideale, in verità. La cultura scientifica “fa bene” anche in senso pratico...

«Sì, certo. La Ricerca in campo medico, ad esempio, permette di garantire un’assistenza sanitaria di maggiore qualità: lo dimostrano moltissimi ospedali nel mondo che abbinano la “clinica”, come si dice, cioè la cura diretta dei pazienti, anche allo studio delle cause delle malattie e dei possibili rimedi. Insomma, avere un “sistema” di studiosi nell’ambito biomedico porta un vantaggio a tutta la popolazione, anche se non sempre questo collegamento viene considerato. Una Facoltà di medicina, poi, rende più attraenti anche i posti di lavoro negli ospedali stessi, perché offre al personale sanitario la possibilità di avviarsi lungo un percorso accademico (di norma molto ambito). Non per niente, da quando esiste la Facoltà di scienze biomediche in Ticino, all’EOC arrivano molte più candidature interessanti, rispetto a prima. Insomma, si alza la qualità della scelta. E questo è un bene per tutti».

Forse non tutti se ne rendono conto, però...

«In effetti è difficile da comunicare questo percorso virtuoso, legato alla Ricerca, e molte persone continuano a pensare all’università come a una torre d’avorio che è utile solo per chi ci lavora e per gli studenti. Ma non è così. Dovremo impegnarci per diffondere in modo più ampio questo messaggio».

Un problema è forse rappresentato dall’eccessiva frammentazione, in Ticino, degli enti e delle istituzioni, pubbliche e private, che si occupano a vario titolo di Ricerca

«È vero, anche se molto stiamo facendo per raggiungere un migliore coordinamento, a partire dalla collaborazione fra USI e EOC che citavo prima: è già molto attiva (numerosi medici dell’Ente sono anche nostri professori), ma dovremo incrementarla, lavorando in rete sul territorio. Un altro segnale positivo arriva dall’associazione Bios+, che è stata presentata ufficialmente nei giorni scorsi e permetterà allo IOR e all’IRB (entrambi affiliati all’USI) di collaborare in modo più efficace. D’altronde, è la stessa legge federale sulle università a stabilirlo: i ricercatori che lavorano in Svizzera devono aggregarsi obbligatoriamente a un istituto universitario, se vogliono ricevere finanziamenti pubblici. Queste norme, approvate pochi anni fa, hanno condotto all’affiliazione dell’IRB e dello IOR all’Università della Svizzera italiana».

Anche con la SUPSI sta aumentando la vostra collaborazione?

«Dobbiamo andare d’accordo per legge, e lo facciamo già, con convinzione. Le norme federali e cantonali impongono, giustamente, un forte collegamento fra l’attività dell’USI e quella della SUPSI: dobbiamo collaborare secondo il principio della complementarità e dell’efficienza. Il mandato istituzionale dell’USI è quello di provvedere all’insegnamento e alla ricerca: formiamo medici-ricercatori e matematici, informatici (per restare all’ambito delle discipline scientifiche). La SUPSI, invece, oltre all’insegnamento di base, ha il mandato istituzionale per la formazione continua e la ricerca applicata, come pure per lo sviluppo e il trasferimento tecnologico, e deve quindi preparare gli studenti all’esercizio di attività professionali richieste dal territorio. La SUPSI è effettivamente più vicina al territorio rispetto all’USI e svolge un lavoro eccellente, ma non siamo migliori o peggiori l’uno rispetto all’altra: siamo semplicemente complementari».

Per avere più aiuti privati bisognerebbe far conoscere meglio, dicevamo, quello che fate... 

«È vero, e torniamo al discorso di prima. La ricerca biomedica, a partire da quella di base, aiuta a curare meglio, crea nuove occasioni di lavoro, attrae professionisti di alto livello, porta alla creazione di startup, attira finanziamenti. La ricerca, però, usa un linguaggio difficile e spesso gli scienziati non sanno “raccontarsi” al grande pubblico. Purtroppo si è anche ridotto, in Svizzera (e in molti altri Paesi), il numero dei giornalisti scientifici, cioè di persone che abbiano la competenza e la capacità di tradurre, letteralmente, il linguaggio della biologia e della medicina (e della matematica), quasi come se fosse un idioma straniero. Il numero dei giornalisti si è ridotto perché i media, anche quelli nazionali, bersagliati dalla crisi dell’editoria, non hanno quasi più redazioni scientifiche»

Chi potrebbe svolgere un ruolo di coordinamento, anche nella comunicazione, fra le varie anime della ricerca ticinese, che sono tante? Penso, per esempio, anche al Centro svizzero di calcolo scientifico, gestito dal Politecnico di Zurigo, e all’Istituto ricerche solari di Locarno

«La Fondazione Agire – l’agenzia per l’innovazione regionale del Canton Ticino - svolge già in parte questo compito. Già lavora in stretta collaborazione con USI e SUPSI, come partner accademici, e con i privati che cofinanziano quelli che chiamiamo Centri di competenza (anche il Cantone sostiene questi progetti): per adesso ce n’è uno avviato, quello sui droni a Lodrino, ma altri sono in preparazione (Life sciences, Moda, Alimentazione). Lo Swiss Innovation Park (tecnopolo) a Bellinzona permetterà di potenziare ulteriormente le collaborazioni fra i diversi enti. D’altronde, all’interno della Fondazione Agire ci sono già i rappresentanti di USI, SUPSI, Camera di commercio, AITI, Enti regionali di sviluppo. È a  questa Fondazione che è stato attribuito il compito, da parte del Cantone, di diventare il motore per promuovere l’innovazione tecnologica ticinese».

E il fattore umano?

«Certo, la differenza la fanno le persone: progetti innovativi e promettenti spesso nascono al di fuori dei canali istituzionali, proprio perché il successo non è programmabile e il genio umano imprevedibile. D’altro canto, per raggiungere dei traguardi la collaborazione è sempre una condizione indispensabile, e questo vale ancora di più per enti finanziati con soldi pubblici, che la collaborazione la esigono quale condizione per il finanziamento. Anche la libertà accademica non è infinita e - come per la democrazia – è permesso posizionarsi sempre con spirito critico, anche se uno spirito eccessivamente critico rischia di divenire un ostacolo allo sviluppo e bloccare tutto».

 

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