Prevenzione

La rabbia è stata debellata
grazie ai vaccini per le volpi
ma resta attiva la vigilanza

Venerdì 7 aprile 2023 circa 6 minuti di lettura
(Foto Shutterstock)
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Parla il virologo Reto Zanoni, originario della Svizzera italiana, per anni all’Istituto di virologia di Berna. Le ultime tracce nel Canton Berna, ma i contagi sono ancora presenti ai confini orientali dell’Unione europea  
di Valeria Camia

Forse qualcuno ricorderà la notizia. Era il 2010 e anche nel Canton Ticino circolavano, nel febbraio di quell’anno, articoli giornalistici che riportavano casi di rabbia (in animali domestici) scoperti in alcune regioni del nord Italia. Niente di allarmante, secondo le autorità, ma in numero sufficiente da far preoccupare, comunque, le persone che abitavano vicino al confine italiano, soprattutto perché in Svizzera gli ultimi casi di rabbia in animali autoctoni erano stati osservati nel 1996. Da allora la malattia, trasmessa da un virus, si è ripresentata solo occasionalmente, per esempio nel 2017 a Neuchâtel in una specie rara di pipistrello (non quello presente nelle aree abitate), e poi di nuovo nel 2022 nel Canton Berna. Ufficialmente la Svizzera è considerata libera dalla rabbia selvatica dal 1999. Ma lo è in modo definitivo? E poi, dato che il virus si trasmette da animale ad animale senza badare ai confini, cosa è necessario fare, in Svizzera come altrove, per mantenere sotto controllo, eradicata, questa malattia animale che in alcuni casi può diventare molto pericolosa anche per gli esseri umani?

«Si è fatto molto in termini di ricerca negli ultimi dieci anni, con numerose pubblicazioni scientifiche - spiega Reto Zanoni, responsabile, fino a pochi mesi fa, del Centro rabbia dell’Istituto di Virologia e Immunologia di Berna (Ufficio federale della sicurezza alimentare e di veterinaria). - Tuttavia, ora ci si dovrebbe concentrare maggiormente su programmi di prevenzione che coinvolgano attivamente le popolazioni locali (attraverso, ad esempio, il tracciamento attivo dei contatti). Le  conoscenze acquisite e provenienti dalle scienze biomediche, insomma, dovrebbero essere integrate con l’analisi delle condizioni in loco, che rendono possibile la trasmissione e l’esistenza della rabbia».

La famiglia di Zanoni è originaria della Svizzera italiana (per la precisione, di Brusio, in Val Poschiavo), ma il virologo ha passato la sua giovinezza a Samedan, in Engadina, e si è poi trasferito a Zurigo, per studiare all’università. A partire della fine degli anni Ottanta, Zanoni ha partecipato al progetto di eradicazione della rabbia delle volpi con l’immunizzazione orale di questi animali, tramite appositi vaccini. La Svizzera vanta un primato importante in questo ambito: si devono infatti al virologo Franz Steck e agli zoologi Alexander Wandeler e Andreas Kappeler le prime applicazioni, a livello mondiale, dell’immunizzazione orale delle volpi, alla fine degli anni Settanta. In cosa consiste? «Nel 1978 - dice Zanoni - si utilizzarono per la prima volta nel Vallese esche a testa di pollo contenenti un vaccino vivo attenuato, realizzato per le volpi. Prima di allora, c’erano stati altri studi americani sull’utilità del vaccino per via orale, ma quest’ultimo era sempre stato dato solo a volpi in gabbia». 

STRATEGIA SU TRE LIVELLI - Ascoltare “la storia” di come la Svizzera sia arrivata a eradicare la rabbia è appassionante. «Nel nostro Paese - spiega Zanoni - si è lavorato a più livelli: la ricerca delle strategie idonee per raggiungere gli animali e controllarne lo stato della vaccinazione, lo sviluppo di un concetto geografico-epidemiologico per la messa in pratica delle strategie vaccinali e l’attuazione di precise scelte politiche»
L’immunizzazione “in natura” avviata in Svizzera ha dato buoni risultati, infatti, anche perché negli anni Novanta si è proceduto (grazie all’intuizione e alla ricerca applicata dello zoologo Urs Breitenmoser) a somministrare un’ulteriore dose di vaccino per le volpi giovani nel periodo estivo, in aggiunta quindi ai vaccini ordinari distribuiti in primavera e in autunno. In trent’anni, tra la metà del 1970 e la metà del 1990, nei cantoni elvetici è stato distribuito, in larga parte manualmente, un totale di circa 2,8 milioni di esche, contenenti un virus rabbico vivo attenuato. Il lavoro dei veterinari e degli scienziati non si è fermato “alla distribuzione, ma «ha anche richiesto - precisa Zanoni - un grosso sforzo di controllo diretto, che consisteva nella ricerca dei residui della tetraciclina (un antibiotico inserito appositamente nelle esche, e usato come "tracciante", ndr) in sezioni ossee sottili di volpi abbattute, o nel verificare se gli animali avevano abboccato all’esca, analizzando i segni dei denti sui morsi contenenti il vaccino».

MISURE DIFFERENZIATE - Inoltre, in occasione della "Conferenza informativa sulle future strategie di controllo delle malattie animali" a Steckborn nel 1990, il Centro svizzero per la rabbia ha presentato il "concetto di zona", che prevede la suddivisione del territorio in quattro zone diverse in cui adottare misure differenziate a seconda dello stato della rabbia e della vaccinazione. Il Canton Ticino si trova vicino alla zona “di sorveglianza”, una fascia di 50 km intorno alla Svizzera. Qui il controllo della situazione epidemica nei Paesi limitrofi è decisivo non solo nel determinare le misure di controllo, ma anche nel decidere i requisiti della sorveglianza in Svizzera, nonché le misure vaccinali da adottassi quando si importano animali dall’estero.

ATTENZIONE AL CONFINE ORIENTALE UE - Oggi, lo abbiamo scritto, la rabbia “terrestre” (cioè trasmessa da mammiferi come cani e volpi) è stata eradicata in Svizzera, anche se continuano a verificarsi, endemici e sporadici, casi di rabbia tra i pipistrelli, che possono interessare anche il Canton Ticino. Purtroppo, e nemmeno troppo lontano dai confini elvetici, la rabbia selvatica è invece ancora presente, sottolinea Zanoni, che continua: «Nei Paesi al confine orientale dell’Unione Europea, la rabbia delle volpi può ancora essere trasmessa agli animali domestici. Per questo l’UE finanzia da anni l’immunizzazione orale delle volpi fino a 100 chilometri all’interno dei Paesi al confine orientale dell’Unione».

PROBLEMI IN AFRICA E ASIA - Va poi ricordato che in alcune parti del mondo la rabbia è ancora molto diffusa nei cani, e causa ancora troppi decessi. Ne è consapevole l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che ha anche fissato una data - il 2030 - come termine entro il quale eliminare questa malattia nella popolazione dei cani, diffusa in tutta l’Africa e l’Asia, in alcune zone del Sud America e in Turchia.
Vaccinare gli animali contro la rabbia può rappresentare una sfida in queste parti del mondo, per le specifiche condizioni socio-economiche e politiche delle zone nelle quali si deve operare. La rabbia trasmessa dai cani è la forma più pericolosa per l’uomo e provoca fino a 59.000 morti all’anno (nel 95% dei casi in Africa e Asia).

I principi del controllo della malattia sono ben noti: vaccinazione per cani domestici e pronta disponibilità dei trattamenti per le persone esposte. «Ma per essere efficaci - conclude Zanoni - queste strategie devono essere adattate alle diverse comunità locali, tenendo conto del sistema di gestione della popolazione canina e delle differenti dinamiche sociali e culturali (dal grado di povertà, alla pervasività di modelli di medicina tradizionale che non conoscono l’uso dei vaccini). Là dove cultura e religione influenzano il modo in cui le persone si relazionano con i cani, bisogna tenere conto di questi fattori nel programma di controllo della rabbia, affinché sia di successo».