mente-corpo

La nuova cattedra di psichiatria
un "volano" per gli studi
sui disturbi dei più giovani

Sabato 4 marzo 2023 circa 6 minuti di lettura In deutscher Sprache
Andrea Raballo, professore di psichiatria all’USI e responsabile della formazione accademica e della ricerca presso l’Organizzazione sociopsichiatrica cantonale (OSC) di Mendrisio (foto di Chiara Micci/Garbani)
Andrea Raballo, professore di psichiatria all’USI e responsabile della formazione accademica e della ricerca presso l’Organizzazione sociopsichiatrica cantonale (OSC) di Mendrisio (foto di Chiara Micci/Garbani)

Dallo scorso novembre Andrea Raballo è il primo docente di psichiatria alla Facoltà di scienze biomediche dell’USI. Lavorerà anche all’OSC di Mendrisio, con una particolare attenzione dedicata alla schizofrenia
di Valeria Camia

Dall’Italia, dove prima per la Regione Emilia-Romagna e poi per l’Umbria ha sviluppato innovativi percorsi clinici per l’identificazione precoce degli stati mentali a rischio nei giovani, passando per la Scandinavia e i suoi centri di eccellenza per la ricerca sulle malattie mentali, come il Norwegian Center of Excellence for Mental Disorders Research (NORMENT, University of Oslo) e la Norwegian University of Science and Technology (NTNU), il professor Andrea Raballo è “approdato” in Svizzera, culla del concetto di schizofrenia. Dallo scorso novembre dirige la cattedra di psichiatria alla Facoltà di scienze biomediche dell’Università della Svizzera italiana (USI) ed è responsabile della formazione accademica e della ricerca presso l’Organizzazione sociopsichiatrica cantonale (OSC) di Mendrisio. Tra i progetti da sviluppare in Ticino, nell’agenda di Raballo trova spazio una serie di attività di ricerca e proposte concrete volte alla diagnosi differenziale tempestiva di schizofrenia, a partire dall’adolescenza e nei giovani adulti (è la cosiddetta psichiatria di transizione).

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«È molto importante - spiega Raballo - riconoscere tempestivamente i fattori di disagio che possono favorire la schizofrenia dal punto di vista familiare, ambientale ma anche legato alle cure, per poter intervenire subito. Non c’è un gene della schizofrenia (non l’hanno mai trovato). C’è, invece, una sorta di trasmissione del rischio di ammalarsi psichiatricamente da una generazione all’altra: una serie di tracce impalpabili nel contesto che circonda le persone (la cosiddetta epigenetica). Rimanere esposti per decenni a un “tritacarne affettivo”, per esempio, o alla perdita degli affetti, può accentuare il rischio».

Raballo è il presidente della sezione di prevenzione dei disturbi mentali della European Psychiatric Association. Il suo arrivo all’USI (è il primo docente di psichiatria nominato alla Facoltà di Scienze biomediche) porterà nuovi impulsi allo sviluppo della ricerca in questo ambito, che è già attivo alla Clinica psichiatrica cantonale. «Cercheremo di valorizzare il lavoro collettivo - spiega - creando una sensibilità culturale comune. Sono molto positivo e sereno».

I LUOGHI COMUNI SULLA SCHIZOFRENIA - Tra le malattie mentali, la schizofrenia è forse quella che riceve maggiore stigmatizzazione e che ci spaventa di più, vuoi per l’immagine “folcloristica” che la circonda, vuoi per il modo in cui è spesso descritta, nei media e nei film, enfatizzando alcuni dei sintomi come deliri e allucinazioni. Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), circa 24 milioni di persone nel mondo sono colpite da questa malattia mentale. La schizofrenia - termine coniato nel 1908 dallo psichiatra svizzero Eugen Bleuler, e composto da due parole greche, schizo (scindere) e phren (mente) - colpisce tutti, senza distinzioni di sesso, età, censo. E il numero di persone che si ammalano è, probabilmente, maggiore rispetto ai casi conclamati di schizofrenia che vengono intercettati. «Ciò che caratterizza la persona che soffre di schizofrenia - dice Raballo - è una difficoltà di sintonia affettiva (ma non di natura cognitiva), che nasce dall’assenza di contatto affettivo con l’ambiente e con gli altri. La schizofrenia ha dunque diverse componenti, che hanno a che fare con le trasformazioni dell’esperienza soggettiva, del modo in cui la persona sta immersa nel mondo e dei rapporti interpersonali con gli altri, e porta chi ne soffre all’incapacità di dialogare con l’ambiente circostante, sia dal punto di vista inter-umano che pragmatico».

La buona notizia, conferma Raballo, è che negli ultimi anni sempre più ricerca è stata dedicata alla costruzione di percorsi di cura e di sistemi socio-sanitari capaci di diagnosticare tempestivamente la malattia e le sue situazioni di rischio, permettendo un intervento precoce e massimizzando le possibilità di una prognosi benigna, quando non di una guarigione e superamento del rischio.

«È un aspetto chiave, quello della diagnosi precoce - continua Raballo - dal momento che la “scissione della mente”, tipica del quadro schizofrenico “finale”, è di fatto proceduta da una serie di diverse situazioni cosiddette “subcliniche” (magari accompagnate da ansia pervasiva, ritiro interpersonale, fobia sociale o scolare, depressione) protratte nel tempo e per le quali c’è una sofferenza senza che questa provochi necessariamente una richiesta di aiuto. Però, se la sofferenza non viene intercettata e adeguatamente riconosciuta, le conseguenze a lungo termine per le persone e per chi li circonda possono diventare devastanti. Quando invece la diagnosi arriva in modo tempestivo, è possibile evitare che la malattia evolva verso una situazione seria e strutturata». A oggi si calcola che circa un terzo delle persone affette da schizofrenia guariscono (dove per guarigione si deve intendere il superamento della sofferenza psichica alla base della malattia), e più della metà hanno una buona prognosi a lungo termine, abbinando interventi farmacologici e psicosociali, soprattutto psicoterapeutici. Va anche detto che è progressivamente emersa una nuova idea di cura per la guarigione dalle malattie mentali, intesa non più solo come attenuazione o remissione dei sintomi, ma come recupero dell’originario stato di salute, ottenibile con la corretta psicoterapia.

L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE - Per individuare i “segni” precoci della schizofrenia possono essere di aiuto i sistemi informatici più recenti e avanzati. «Abbiamo l’opportunità di lavorare - spiega Raballo - con i colleghi che si occupano di intelligenza artificiale, per estrapolare dalle cartelle cliniche dei pazienti affetti da schizofrenia indicatori prognostici e di decorso; inoltre è al vaglio un progetto per esplorare le potenzialità del digital phenotyping che prevede l’utilizzo di strumenti digitali per applicare il potenziale diagnostico e terapeutico. Un esempio? Con il supporto delle tecnologie digitali è possibile analizzare la prosodia, ovvero il tono di voce di una persona, la cui responsività e sincronizzazione con l’interlocutore possono essere indicatori precoci di sofferenza. Comprendere in modo più estensivo i vissuti dei singoli e il modo di porsi, in base a precedenti esperienze,  è necessario anche per far cadere il tabù che circonda la parola schizofrenia e combattere la credenza popolare dell’impossibilità della cura».