Schweizerische Nationalfonds

Cambiano le regole del Fondo nazionale: più attenzione
alle mamme che fanno ricerca

Mercoledì 26 ottobre 2022 circa 6 minuti di lettura In deutscher Sprache
Foto di Alberto Chollet
Foto di Alberto Chollet

Da questo autunno chi vorrà richiedere un finanziamento dovrà utilizzare un nuovo formato di curriculum che lascia più spazio alla narrazione del proprio lavoro e tiene conto degli anni di “sospensione” 
di Valeria Camia

Era il 1482 quando Leonardo da Vinci inviò una lettera a Ludovico il Moro, duca della città di Milano, per convincerlo della bontà dei suoi servigi, facendo un accurato elenco del suo sapere in qualità di architetto, ingegnere, maestro e armiere, e di come le sue conoscenze potessero essere utili alle esigenze del nobile. Questo documento è considerato da molti il primo, noto, personal branding nella storia. Oltre 500 anni dopo il curriculum vitae, comunemente conosciuto come CV, rimane un (se non addirittura “il”) biglietto da visita per chi si candida a posizioni di lavoro o di ricerca.
In questo contesto non fa eccezione il Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica (FNS), un ente importantissimo per chi “fa scienza” nella Confederazione (il FNS ha finanziato progetti di ricerca per ben 882 milioni di franchi nel 2021) su mandato della Confederazione.
Ogni anno sono molte centinaia le richieste che arrivano al Fondo da altrettanti ricercatori, i quali vengono valutati anche - certamente non solo - alla luce del loro CV. E questi CV riflettono i criteri tipici applicati finora in quasi tutti gli altri Paesi avanzati per valutare le competenze: gli indicatori bibliometrici (ovvero, quante più pubblicazioni di qualità un ricercatore può includere nel proprio curriculum), oltre all’impatto (il cosiddetto impact factor) che le singole pubblicazioni hanno sulla comunità scientifica internazionale (in pratica, le citazioni da parte di altri scienziati). Tutto questo è servito, negli anni, a quantificare il valore dei singoli ricercatori – il tutto a discapito di altri fattori: ad esempio il percorso di studio, la formazione continua, i sacrifici, come quelli per conciliare famiglia e lavoro, e la diversità dei percorsi professionali.

Ora il Fondo nazionale ha deciso di cambiare questa rotta, mettendo al centro del processo di selezione “le qualifiche scientifiche” che il candidato possiede. Per fare ciò, da questo autunno chi vorrà richiedere un project funding al FNS dovrà utilizzare un nuovo formato di CV accademico (il suo utilizzo sarà esteso gradualmente a tutti gli altri schemi di finanziamento del Fondo entro il 2023). 

Arrivare all’elaborazione del nuovo CV ha richiesto tempo. «Già nel 2018 - chiarisce Michaela Strinzel, collaboratrice scientifica presso il FNS - avevamo condotto per la prima volta un monitoraggio interno, al fine di comprendere meglio quali parti del processo di valutazione e assegnazione fondi adottato dal FNS potessero essere migliorate, rendendo più facile il confronto tra i candidati e più trasparente la valutazione del curriculum. Successivamente, il nuovo formato è stato utilizzato, come iniziativa pilota, per le domande di finanziamento relative a progetti in biologia e medicina presentati nella primavera del 2020».

Questa “revisione” del CV è frutto anche delle discussioni e proposte a livello internazionale sull’inadeguatezza di carriere accademiche valutate principalmente in termini numerici e di ranking (classifiche). Una di queste proposte è il progetto europeo “Acumen”, pensato proprio per promuovere un approccio più inclusivo e qualitativo nella valutazione dei candidati. «La struttura del nuovo CV – precisa Martin von Arx, anch’egli collaboratore scientifico del FNS – è in linea con la Dichiarazione di San Francisco sulla valutazione della ricerca (DORA), che raccomanda di evitare l’utilizzo di criteri per valutare i ricercatori e il loro lavoro in modo avulso dal contesto». 

Concretamente, il nuovo CV si compone di cinque sezioni: istruzione e formazione; occupazione precedente e attuale; principali risultati ottenuti con lavori selezionati; età accademica netta; e l’ORCID, che è il numero di identificazione internazionale, il quale associa in modo chiaro e permanente un ricercatore alla “sua” ricerca, indipendentemente da eventuali cambiamenti di nome, diverse grafie o cambi di istituzione.

La sezione dei risultati ottenuti e quella relativa all’età accademica sono importanti punti di novità. Da un lato, come precisa Martin von Arx, il nuovo formato del CV prevede la descrizione di un massimo di dieci pubblicazioni principali, per ridurre il carico di lavoro dei revisori e consentire loro di valutare il contenuto degli studi. Dall’altro lato, il nuovo formato permette un confronto equo tra altri candidati, spostando il focus dall’età biologica a quella accademica (indicata come net academic age). In altre parole, nel nuovo CV i risultati accademici sono valutati in relazione al lasso di tempo tra la laurea e la presentazione della domanda di finanziamento, ma anche al netto delle interruzioni e del lavoro non scientifico, quale potrebbe essere il periodo di congedo parentale, assenze dovute a malattia o infortunio, periodi di servizio militare o civile, formazione continua, disoccupazione o lavoro parziale. In particolare, nel nuovo formato del CV viene lasciata alle donne ricercatrici, che sono anche madri, la scelta se dedurre 1,5 anni equivalenti a tempo pieno (FTE) per ogni figlio, o il tempo effettivo trascorso in congedo di maternità, a seconda di quale sia lo scenario migliore per loro.

Accolto dalla comunità scientifica positivamente, il nuovo formato del CV per i fondi FNS presenta comunque criticità che dovranno essere oggetto di monitoraggi futuri, a partire dal concetto di età accademica: non è sempre facile calcolare la net academic age, come nel caso dei clinici, i quali seguono un percorso che prevede diversi carichi e percentuali di lavoro durante la carriera, rendendo a volte complicato calcolare l’età accademica.

Infine, non ci si può non domandare come si colloca il CV proposto dal FNS nel contesto internazionale: fuori dalla Svizzera, ad esempio, l’Unione Europea per l’assegnazione delle borse di studio destinate ai giovani ricercatori (definite fellowship) tiene conto, oltre alle pubblicazioni, anche delle attività meno scientifiche e di dissemination, come le presentazioni al pubblico del proprio lavoro o la presenza sui social media per promuovere una certa ricerca. 

Ingrandisci la foto Ingrandisci la foto Maryse Letiembre Ingrandisci la foto

Insomma, il nuovo formato del CV proposto dal FNS non rappresenta una rivoluzione particolarmente "spinta", perché continua a dare un forte spazio al valore di impatto di ogni singola pubblicazione scientifica, così come alla produzione complessiva. Tuttavia, come dicevamo, richiede ai ricercatori di presentare i loro contributi scientifici più importanti sotto forma di brevi narrazioni, in combinazione con un numero limitato di risultati di ricerca (e non più come elenchi estesi di articolo pubblicati), e in tal modo si pone come apripista per aumentare la visibilità e il valore del lavoro dei ricercatori, in particolare per quelle discipline (come le malattie rare) che possono essere svantaggiate nella corsa alla pubblicazione.

«Prima dell’implementazione del nuovo CV – conclude Maryse Letiembre, Grant Officer dell’Istituto di ricerca in Biomedicina (IRB) di Bellinzona, affiliato all’Università della Svizzera italiana (USI) – il FNS indicava delle linee guida ma poi le due pagine di presentazione del proprio percorso accademico, tipicamente richieste per inviare la candidatura, potevano presentarsi molto diversamente tra loro, in stile e “sfondo” o colore del testo, tanto per cominciare! Ora, invece il nuovo formato proposto dal FNS è standardizzato e strutturato e, senza voler banalizzare, potremmo dire che, con il suo utilizzo, tutti partono in modo uguale, sulla stessa linea».