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Caccia ai marcatori invisibili
della malattia di Parkinson

Mercoledì 8 giugno 2022 circa 6 minuti di lettura In deutscher Sprache

di Paolo Rossi Castelli

Dalla “nuovissima” scuola di dottorato della Facoltà di scienze biomediche dell’Università della Svizzera italiana (i corsi hanno preso il via nel 2019) è uscita la prima giovane ricercatrice con un “PhD” in neuroscienze, ottenuto tutto all’interno dell’USI, e in Ticino (PhD, lo ricordiamo, è l’abbreviazione di Philosophiae Doctor, termine latino che viene usato per definire i dottorati, anche quelli in materie scientifiche). La protagonista di questa première è Elena Vacchi, milanese, 31 anni, impegnata in un’intensa attività di ricerca nei laboratori del Neurocentro (Ente Ospedaliero Cantonale) sui marcatori precoci della malattia di Parkinson.
In verità, altri giovani ricercatori attivi in Ticino avevano conseguito, negli anni passati, un dottorato di ricerca in neuroscienze, ma si erano dovuti iscrivere a un ateneo della Svizzera interna, e nel nostro cantone avevano potuto eseguire solo gli esperimenti. Elena Vacchi, invece, ha completato, come dicevamo, l’intero ciclo (lezioni e laboratorio) nella scuola di dottorato dell’USI, coordinata dal professor Alain Kaelin, e ha ottenuto un titolo USI. «Sono molto orgogliosa di questo - dice davanti alle grandi pareti trasparenti del palazzo di via Francesco Chiesa 5 a Bellinzona, dove lavora (l’edificio appartiene all’Istituto di Ricerca in Biomedicina, ma ospita anche i laboratori dell’EOC, e quindi del Neurocentro, e quelli dell’Istituto Oncologico di Ricerca). - È stato interessante frequentare una scuola di dottorato che stava muovendo i primi passi, partecipare a questa “nascita”».

Ma da dove è partita l’avventura di Elena?  «Lavoravo all’Università di Milano Bicocca - racconta - dove avevo conseguito il bachelor e il master in biologia. Ero poi riuscita a ottenere una borsa di ricerca, e mi occupavo soprattutto di tecniche avanzate di istologia: proprio la figura professionale che il Neurocentro stava cercando, per gli studi sul Parkinson. Ho risposto a un “bando”, se vogliamo usare questo termine (noi, in gergo, diciamo “ho applicato”, italianizzando il termine inglese “application”), e nel 2017 sono stata assunta dall’Ente Ospedaliero Cantonale. Per i primi due anni ho lavorato come assistente di laboratorio. Poi si è presentata l’opportunità di fare il dottorato».
Inizialmente Elena, che fa parte del gruppo coordinato dalla neurologa Giorgia Melli, ha passato buona parte del suo tempo nei laboratori condivisi dall’EOC a Taverne con il Cardiocentro. Poi, dall’estate 2021, il “grande salto” nel nuovo palazzo IRB di Bellinzona».

«Cerchiamo indizi del Parkinson - spiega Elena - quando la malattia ancora non dà segni clinici, osservabili. È (sarebbe) fondamentale rendersi conto con forte anticipo che nel cervello si stanno verificando i danni destinati poi, magari dopo dieci o vent’anni, a provocare gli effetti classici del Parkinson, a partire dall’irrigidimento muscolare. Sono problemi quasi impossibili da curare, quando diventano evidenti, perché i danni al cervello (per la precisione, alla cosiddetta “sostanza nera”) sono ormai troppo gravi. Agire con un’estrema precocità potrebbe aiutare molto anche nello sviluppo di terapie farmacologiche, che attualmente sono soltanto di supporto e non risolutive». 

Il problema di fondo, per il Parkinson come per altre malattie neurodegenerative del cervello (a partire dall’Alzheimer), è che non si è ancora capito bene perché e come si avviano. La Ricerca ha compiuto notevoli passi avanti negli ultimi decenni, e sono state individuate due proteine in particolare (l’alfa-sinucleina per il Parkinson e la proteina tau per l’Alzheimer) che si alterano progressivamente e si accumulano in alcune aree cerebrali, provocando problemi anche molto gravi. Non è ancora chiaro, però, dove si formino queste proteine alterate: si è sempre pensato nel cervello stesso (e tutti i tentativi di terapia, compresi nuovi anticorpi monoclonali, sono stati orientati alla loro distruzione lì, direttamente nel tessuto nervoso). Ma forse nascono, invece, nell’intestino, o in altri organi ancora, e arrivano solo in un secondo tempo nella “sostanza nera”. Questo cambia le regole del gioco e spiegherebbe perché alcuni farmaci, anche recenti, mirati sulla prima ipotesi (l’alterazione originata nel cervello) non abbiano funzionato. 

«Noi cerchiamo biomarcatori del Parkinson nel sangue - racconta Elena Vacchi. - Quali sono questi marcatori? La nostra attenzione è rivolta alle vescicole extra-cellulari, come si dice nel linguaggio scientifico: vescicole, cioè, rilasciate dalle cellule, con un messaggio al loro interno, o sulla superficie esterna (proteine, RNA, DNA). Queste vescicole sono una sorta di servizio postale fra le cellule stesse, che viene usato, ad esempio, per aumentare o diminuire la risposta infiammatoria. L’ipotesi era, ed è, che le vescicole rilasciate dalle cellule nervose danneggiate dal Parkinson contengano qualcosa di diverso, e di misurabile, rispetto alle altre. È molto difficile, però, cercare queste vescicole - continua Elena Vacchi - fra le migliaia e migliaia di altre vescicole “normali”, ma noi ci proviamo ugualmente... Individuare le vescicole alterate sarebbe un modo formidabile per capire se, al di là delle apparenze, la malattia di Parkinson stia “lavorando” silenziosamente».

Per trovare il bandolo di una matassa così aggrovigliata (per capire, cioè, come sono le vescicole prodotte dai neuroni malati e come è possibile rintracciarle nel “guazzabuglio” generale), Elena Vacchi, insieme ai colleghi del team di Giorgia Melli, sta esaminando le vescicole rilasciate dai tessuti di pazienti sani e le confronta con quelle di persone malate di Parkinson (per la precisione: con quelle di persone a cui è stata diagnosticata la malattia di Parkinson da almeno 3 anni, senza altre patologie). Elena confronta anche le vescicole delle persone sane con quelle di pazienti colpiti da parkinsonismi atipici (malattie, cioè, che hanno effetti simili al Parkinson, ma in realtà non lo sono). I campioni di sangue vengono prelevati ai pazienti del Neurocentro (ambulatorio dei disturbi del movimento), su base volontaria, e ai loro familiari o accompagnatori sani. «Ma vogliamo allargare il numero delle persone esaminate - dice Elena - e lo faremo grazie anche all’aiuto della “Fondazione Michael J.Fox per la ricerca sul Morbo di Parkinson”, creata una ventina d’anni fa dall’attore americano, quando scoprì di avere una forma precoce della malattia».

Per adesso Elena Vacchi e i colleghi vanno alla ricerca di 37 diverse proteine presenti sulla superficie delle vescicole, ma in futuro ne cercheranno anche altre, più specifiche del sistema nervoso. «Già puntando l’attenzione su queste 37 proteine, comunque - spiega Elena - siamo riusciti a trovare grosse differenze fra le vescicole rilasciate dalle cellule sane e quelle “prodotte” dai neuroni malati. I risultati del nostro lavoro sono apparsi sulla rivista scientifica Neurology - Neuroimmunology & Neuroinflammation.

«Mi piace molto il mio lavoro - conclude Elena - perché sento che posso aiutare veramente le persone, anche se occorrono tempi molto lunghi e, a volte, ci si accorge che anni di lavoro vengono vanificati in un lampo (perché nel frattempo subentrano nuove conoscenze che modificano gli orizzonti) e bisogna ricominciare quasi daccapo. Ma questa è l’essenza, e la sfida, della ricerca scientifica».
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Nella foto in alto (di Eugenio Celesti), Elena Vacchi