Prevenzione

Suicidio, argomento tabù
Occhi puntati sui possibili
indizi del dolore mentale

Sabato 23 marzo 2024 circa 11 minuti di lettura
(Foto dell’agenzia Shutterstock)
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Esperti a confronto il 26 marzo nell’aula magna del Campus ovest di Lugano sull’impatto negativo che l’esclusione sociale può avere sui più giovani, fino ai gesti estremi. Fra i relatori, lo psichiatra Maurizio Pompili
di Monica Piccini

Esclusione sociale e cyberbullismo. Fenomeni che in chi li subisce fanno male come uno schiaffo o una bruciatura. «Evidenze neuroscientifiche confermano come l’esclusione sociale che si può provare anche semplicemente in seguito all’esclusione da un semplice gioco della palla per un certo numero di volte dia il via a circuiti cerebrali simili a quelli che si attivano in presenza di dolore fisico» - spiega Rosalba Morese, referente di "USI in ascolto", uno spazio (non clinico e non di psicoterapia) istitutito dall’Università della Svizzera italiana a cui possono fare capo tutti i membri della comunità accademica. "USI in ascolto" è fra gli organizzatori di  “Passa la palla - L’impatto dell’esclusione sociale e i superpoteri dell’inclusività, un convegno previsto il 26 marzo nell’Aula Magna del Campus Ovest di Lugano (via Giuseppe Buffi 13). L’evento, che sarà seguito il 28 marzo da una serata in collaborazione con la Conferenza Cantonale dei Genitori, fa parte di una campagna per sensibilizzare sui rischi dell’esclusione sociale: se prolungata nel tempo, può diventare addirittura - avvertono gli psicologi - un fattore di rischio-suicidio per i più giovani. In tal senso uno degli interventi più attesi del convegno del 26 marzo (patrocinato dalla Divisione socialità della Città di Lugano e dal Dipartimento della sanità e della socialità del Canton Ticino) è quello del professor Maurizio Pompili, ordinario di psichiatria presso Sapienza Università di Roma, e referente per l’Italia dell’International Association for Suicide Prevention (IASP), insignito nel 2008 con lo Shneidman Award dall’American Association of Suicidology per i contributi di alto valore resi alla ricerca sul suicidio. Lo abbiamo intervistato, per Ticino Scienza.

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Professore, qual è il messaggio più importante che a fronte della sua esperienza si sente di dare per primo in merito alla materia di cui si occupa, il suicidio?  
«La sintesi è che di suicidio si parla ancora poco o niente - risponde Pompili. - E nel momento in cui il problema viene taciuto si crea lo stigma, il tabù, quindi in sostanza si rafforza il fenomeno. Nel momento stesso in cui c’è timore a parlarne, gli altri negano il problema, o la persona stessa con pensieri di suicidio pensa di non poter essere aiutata. Insomma, vengono meno le condizioni per le quali una persona potrebbe chiedere e ricevere aiuto. Inoltre, sebbene negli ultimi anni ci siano stati degli interventi  virtuosi, anche a livello europeo, non esistono ancora programmi che affrontano da vicino il problema e che possano essere implementati in maniera strutturale nella salute pubblica. E la cosa ancor più grave è che se si teme di affrontare l’argomento, non si riesce neanche a fare informazione nelle scuole o nei luoghi di aggregazione giovanile, creando così un notevole problema per una reale prevenzione». 

A tal proposito il vostro Servizio per la Prevenzione del suicidio (www.prevenireilsuicidio.it) è un caso unico in Italia, o se ne sono via via aggiunti altri?
«Rimane una realtà unica, con un impatto moderato, nel senso che non riusciamo a essere un interlocutore a livello nazionale. In passato abbiamo avuto anche una linea telefonica dedicata, che ci ha permesso di avere una visione ampia del problema a livello nazionale, con richieste da ogni parte d’Italia.  Un livello ancora più elevato si otterrebbe attraverso l’integrazione di servizi dedicati alla prevenzione del suicidio e linee di ascolto per le persone in crisi con percorsi di assistenza sinergici. Nella nostra esperienza molte volte abbiamo creato un intervento anche a distanza, grazie all’attivazione di una rete di sostegno, tra forze dell’ordine e personale specializzato, intorno alle persone che si rivolgono a noi». 

Tra queste quanti sono ragazzi? 
«È difficile indicare dei numeri, perché per la demarcazione che ancora esiste tra Neuropsichiatria infantile e Psichiatria, chi è sotto i 18 anni, per dovere di legge, deve esser preso in carica dai neuropsichiatri infantili, mentre chi è maggiorenne dovrebbe rivolgersi a noi. Ma spesso capita che i giovani che arrivano da noi dovrebbero rivolgersi ai colleghi e viceversa, con la conseguenza che i dati sono poco affidabili. Recentemente, però, uno studio cui ho collaborato anch’io, condotto tra il 2021 e il 2022 dal gruppo multidisciplinare di ricerca “Mutamenti sociali, valutazione e metodi” (MUSA) dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma (Cnr-Irpps), ha scattato una fotografia a livello nazionale degli adolescenti a rischio suicidio, in base alla quale circa il 45% degli intervistati ha sperimentato almeno una volta il pensiero suicida (circa il 23% una volta; 21,7% più di una volta) e che le ragazze ci hanno pensato più dei coetanei: il 60% contro il 40% dei ragazzi. Fra le tre traiettorie indicate dalla ricerca per individuare lo stato di benessere degli adolescenti (status relazionale, status sociale ed elementi socio-demografici), si è visto che chi ha una buona relazione con i genitori, gode di amicizie soddisfacenti che lo sostengono (per esempio nel caso di dinamiche di bullismo), ha un rapporto di fiducia con il proprio corpo e un buon rendimento scolastico, è più protetto di chi appartiene alla categoria più a rischio (perchè ha una sofferenza maggiore), rappresentata da soggetti di sesso femminile, che non hanno credenze religiose e appartengono a uno status socio-economico minore». 

Cosa porta un ragazzo a togliersi la vita? 
«Il suicidio è un evento multifattoriale, nel senso che non c’è una causa sola che lo identifica con una relazione di causa ed effetto. Al contrario, esistono molte variabili che possono creare un effetto di sommazione, mettendo in crisi l’individuo su una vulnerabilità preesistente. Ovviamente non tutti i ragazzi che hanno problemi scolastici, rapporti conflittuali con i genitori e con i coetanei sono a rischio di suicidio. Dobbiamo poter comprendere i singoli individui, riconoscendo cambiamenti e peculiarità che ci fanno nascere il sospetto che qualcosa sia cambiato. In questo modo possiamo evitare di identificare troppi “falsi positivi”, cioè persone che secondo la letteratura riteniamo a rischio, ma che non lo saranno mai. Ci sono dunque altri segnali d’allarme di cui tener conto».

Quali per esempio?
«Quando la persona si lascia sfuggire frasi come “non ce la fa faccio più”, “a che serve vivere?”, ”voglio morire”. Non bisogna mai sottovalutare le comunicazioni suicidarie. Inoltre ci possono essere alterazioni delle abitudini del sonno, dell’appetito, dell’igiene personale, comportamentali. Chi sta pensando al suicidio può fare dei gesti emblematici, come dar via cose care, o ritirarsi dagli amici e dagli affetti, aumentare l’uso di sostanze stupefacenti, cimentarsi in attività rischiose, avere dei cambiamenti di umore repentini. Questi elementi, se si è attenti, possono aiutare a identificare chi è più a rischio di suicidio». 

Per voi è difficile avvicinare questi ragazzi? 
«No, perché la persona con intenti di suicidio sperimenta il denominatore comune di tutta la questione, e cioè quello che chiamiamo il dolore mentale, fatto di emozioni negative e sentimenti angoscianti che non vede l’ora di condividere con qualcuno che può effettivamente comprendere il suo livello di sofferenza. Il dolore mentale è come il dolore fisico, per il quale ognuno di noi - quando lo prova - cerca sollievo il prima possibile. Per il dolore mentale vale lo stesso discorso. Vale per tutti, anche per i giovani, che quando trovano la possibilità di parlarne con qualcuno che può alleviare la loro sofferenza si lasciano avvicinare, nonostante il fatto - è ovvio - che con gli adolescenti la questione è più complessa, perché c’è un gap generazionale importante, a cominciare dal linguaggio, molto diverso da quello degli adulti. È più difficile, per esempio, interpretare i vari stati d’animo dei ragazzi a partire da quel che dicono e da come lo dicono. Ecco perché molti programmi di prevenzione cercano di basarsi su interventi peer to peer, tra pari». 

Forse, allora, i familiari che sono molto più coinvolti sono meno indicati dei coetanei nel sostenere un ragazzo con intenti suicidari…
«I familiari dovrebbero essere capaci di decodificare i segnali d’allarme di cui parlavo prima e avere la possibilità di indirizzare le domande giuste al momento giusto. Perché se riescono in questo, riescono in un’opera molto importante. Il problema è che i familiari non riescono a fare domande dirette come per esempio: “Hai mai pensato di voler morire?” - per timore della risposta. Ecco perché, se potessimo affrontare il problema nelle scuole e nei luoghi dove i giovani s’incontrano, la situazione sarebbe diversa. In molti Paesi del nord Europa e negli Stati Uniti i programmi d’intervento, come per esempio i giochi di ruolo, fanno formazione sulla problematica del suicidio ai ragazzi, ma anche allo staff scolastico, e quindi anche con le famiglie c’è una sinergia maggiore nel riconoscimento delle criticità». 

Quanto pesano i disturbi mentali nell’intento suicidario?
«Hanno un ruolo importante, ma non esclusivo. Non possiamo dire, cioè, che solo chi soffre di un disturbo mentale come la depressione o il bipolarismo è a rischio di suicidio. È ovvio che queste persone portano un fardello maggiore, ma è anche vero che la maggior parte di chi soffre di disturbi mentali non muore per suicidio. Accade invece più frequentemente per chi si trova a vivere un problema mentale insieme ad altre criticità (carenze genitoriali, mancanza di rete sociale, bullismo), perché maggiore è la sofferenza e più aumenta il rischio di suicidio. Nel momento in cui in cui una persona non vede altra via d’uscita per risolvere il proprio dolore mentale, quando ha provato tutte le altre possibilità, il suicidio si configura come la migliore opzione possibile. In realtà il soggetto non vorrebbe affatto morire. Vorrebbe vivere, ammesso che qualcuno lo aiuti ad affrontare la sua sofferenza. I giovani che tentano il suicidio non sono persone programmate a morire. Tutt’altro, ma a volte le emozioni negative come l’umiliazione, la sconfitta e la vergogna sono così forti e lesive che i ragazzi si vergognano a parlarne».

A proposito di umiliazione. Sui social può diventare planetaria...
«Il cyberbullismo è un elemento estremamente attuale, pericoloso e fonte di grande sofferenza. Insieme ad altre variabili può contribuire all’aumento del rischio di suicidio, enfatizzando all’ennesima potenza la dinamica deleteria del bullismo, che prima in un’epoca pre-social media si affrontava dentro a una cerchia ristretta di persone, mentre adesso nelle community online diventa esponenziale. Molti ragazzi a rischio di suicidio sono alle prese con questo tipo di problematica».

Quale sono le terapie per prevenire o curare chi è a rischio suicidio?
«Ci sono terapie farmacologici e non. Laddove si configura il rischio di suicidio bisogna poter spegnere il fuoco della sofferenza. A volte c’è bisogno di utilizzare farmaci con un’azione antisuicidaria, che permettano soprattutto di ridurre e colpire sintomi come l’insonnia, i cambiamenti dell’umore, l’ansia e l’irritabilità, per poter mettere la persona in sicurezza. Poi ci sono le psicoterapie, percorsi di conoscenza e introspezione per affrontare le problematiche, che insieme alla terapia farmacologica riescono a ottenere buoni risultati». 

Si rivolgono a voi anche i survivors, le famiglie che sopravvivono al suicidio di una persona cara (figlio, coniuge, genitore)?
«Si, spesso. Presentano un lutto lacerante molto diverso dagli altri lutti, e molto più complesso da elaborare. Anche perché mentre per le altre cause di morte la persona perde la vita suo malgrado, nel caso del suicidio è una scelta che la persona stessa compie, come se decidesse di prendere le distanze da coloro che gli sopravvivono e che affrontano questa scelta spesso in maniera molto conflittuale.
Le persone a rischio di suicidio hanno una sofferenza così accecante che non riescono a vedere gli altri, né le conseguenze delle proprie azioni. Sono come in un tunnel dentro al quale non vedono via d’uscita. Chi perde una persona cara per suicidio si trova a vivere dei tempi più lunghi per elaborare questa sofferenza, alle prese con flashback, ricerca dei perchè, pensieri intrusivi e sentimenti ambivalenti, per riuscire a dare un senso a quello che avrebbero potuto fare. Pagano un prezzo notevole sia in termini di salute mentale, che fisica. Le terapie in questo caso sono individuali o di gruppo, con persone che hanno avuto un’esperienza analoga, a volte guidate da un leader, che può essere un survival stesso». 

Una domanda personale. Cosa la motiva tutti i giorni a continuare a fare il suo lavoro? 
«Me lo chiedono spesso. La cosa che mi accomuna alle persone a rischio suicidio è proprio la conoscenza della sofferenza che provano, perché nella mia vita ho avuto esperienze di grande dolore che mi hanno toccato in più occasioni, fin dal passato. Quindi il tentativo di alleviarla è un po’ una mission, per me».