Studio pubblicato da Casagrande

"Promossa" la comunicazione
in Ticino ai tempi del Covid

Domenica 30 giugno 2024 circa 7 minuti di lettura

di Antonio Armano

Rielaborazione al computer di un’immagine del coronavirus (agenzia fotografica Shutterstock)
Rielaborazione al computer di un’immagine del coronavirus (agenzia fotografica Shutterstock)

Nel marzo 2020 il presidente americano Joe Biden, criticando la gestione della pandemia da parte di Donald Trump, ha dichiarato: «Siamo in guerra. Questa è un’emergenza più grande di noi».  Il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato la misura del confinamento con identica metafora.
Visto col senno di poi, il ricorso alla narrazione bellica colpisce ancora di più. Non tanto per il grado di allarmismo generato, ma perché si è diffuso in uno dei rarissimi periodi di pace mondiale che ha conosciuto il genere umano nel corso della sua ormai lunga e tormentata storia. Un periodo interrotto da una guerra vera, come non si vedevano in Europa dai tempi del secondo conflitto mondiale. Il 24 febbraio 2022 l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha posto fine a una fase in cui il mondo era unito dall’emergenza e si stava riprendendo dalla pandemia. A quel punto la guerra ha smesso di essere una metafora. 
Daria Evangelista, ricercatrice dell’istituto di italianistica all’università di Basilea, ha compiuto uno studio sulle “Narrazioni metaforiche nei giornali online ticinesi”. E cioè un oceano digitale di ottomila articoli tra Il Corriere del Ticino, laRegione e ticinonline, usciti tra la fine del 2019 e l’inzio del 2021 e “sfogliati manualmente”. Lo studio fa parte di un importante volume intitolato La comunicazione istuzionale durante la pandemia. Il Ticino con uno sguardo ai Grigioni, nato da un progetto di ricerca dell’Università di Basilea finanziato dal Fondo Nazionale Svizzero, e pubblicato nello scorso aprile da Casagrande Editore. Oltre a Daria Evangelista, gli autori sono Angela Ferrari, Annalisa Carlevaro, Letizia Lala, Terry Marengo, Filippo Pecorari, Giovanni Piantanida e Giulia Tonani. Ebbene, tornando al tema della retorica bellica nell’informazione ai tempi del Covid in Canton Ticino, i giornali presi in esame hanno superato la prova. La reazione emotiva scatenata da un virus sconosciuto ha portato a ricorrere a immagini forti spesso sulla scia delle dichiarazioni dei politici. Ma in Canton Ticino gli amministratori sono stati più prudenti parlando tutt’al più di “maratona”. E anche i giornali online di conseguenza: «Circa due metafore ogni cento articoli. L’incidenza diminuisce con il passare del tempo» - scrive Daria Evangelista. 

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Il Ticino è stato il Cantone colpito per primo dal virus. Christian Vitta, presidente di turno del Consiglio di Stato nella prima fase della pandemia, ha scritto nell’introduzione: “Ricordo molto bene le emozioni di quei giorni e l’incertezza, per i cittadini ma anche per il Governo, di dover affrontare una situazione completamente sconosciuta: ci tengo a rimarcare, a questo proposito, che siamo stati il primo Cantone in Svizzera a venire colpito dall’emergenza (…) e anche quello in cui il tasso di contagio si è sviluppato in modo più importante”.  Questo va tenuto in considerazione, anche se contagi e morte hanno avuto un’incidenza minore rispetto a Italia, Gran Bretagna e Francia, solo per stare in Europa.  

Il volume edito da Casagrande analizza in profondità diversi aspetti della comunicazione durante la pandemia, restituendo pezzo per pezzo un orizzonte complessivo: la normativa e i comunicati stampa, dunque la comunicazione istituzionale, le schede informative, le FAQ, ovvero domande frequenti e relative risposte, i social network. L’Italia non rappresenta un riferimento virtuoso in nessuno di questi ambiti d’indagine, anche se offre strumenti di riflessione e analisi. Per quanto riguarda la normativa, è un esempio di linguaggio ostico per i cittadini. Già negli anni ’80 Tullio De Mauro aveva messo in evidenza questo problema, che si traduce in un deficit democratico. Non a caso, l’uso di una lingua comprensibile in Svizzera si pone come scelta politica, “ideologica” nel senso migliore del termine, incardinata in una legge federale del 2007. 

RISULTATI SOTTO GLI STANDARD - L’urgenza e l’incertezza in cui sono mosse le autorità sembra tuttavia avere prodotto un risultato al di sotto dei virtuosi standard svizzeri. Scrive Letizia Lala, dell’università di Losanna: “Andando a sintetizzare quanto si è potuto osservare dalle analisi condotte sulla produzione normativa confederale, seguita all’insorgere della crisi sanitaria, emerge che la complessità della materia, l’urgenza dettata dalla situazione, la necessità di continui adeguamenti hanno portato all’elaborazione di testi comunicativamente non sempre felici, in cui l’esigenza di dettaglio e al tempo stesso di rapidità è andata a discapito della leggibilità”. 
Ma se guardiamo all’Italia le cose sono decisamente peggiori. Scrive Lala in merito a un decreto dell’ottobre 2021, emanato dal Consiglio dei ministri: “Dopo una lunga premessa che lista un gran numero di riferimenti normativi, il testo del decreto, composto da un unico articolo di quasi 2500 parole, è strutturato su più livelli di numerazione che, lungi dal mettere chiarezza, accavallandosi, intrecciandosi e sovrapponendosi rendono davvero complesso anche solo comprendere la suddivisione della materia”.

I COMUNICATI STAMPA - Angela Ferrari e Giovanni Piantanida, dell’università di Basilea, hanno compiuto una analisi dei comunicati stampa istituzionali ticinesi grazie a uno strumento digitale creato in Italia da Giovanni Acerboni, responsabile della società Writexp, una start-up che ha sviluppato un sistema automatico per la valutazione e la semplificazione dei testi professionali e delle pubbliche amministrazioni. Tra i parametri, la lunghezza del periodo, il numero di parole e di verbi che contiene. Più ci sono verbi, possibilmente non passivi, più un periodo è comprensibile. “I periodi dei nostri testi contengono mediamente 23,8 parole: una misura più che eccellente”, scrivono Ferrari e Piantanida. Meno “felice” l’aspetto, non rilevabile automaticamente, della concatenazione logica e della gerarrchia tra i contenuti. 

Sempre con lo stesso strumento ideato dal ricercatore italiano Acerboni, Angela Ferrari si è occupata anche di valutare le schede informative istituzionali. Rivolte soprattutto alla popolazione anziana, sono state stampate e inviate nei mesi più drammatici a Comuni, operatori delle strutture sanitarie, associazioni terza età, ai centri cantonali di vaccinazione, alle farmacie e agli studi medici. Tra i testi informativi analizzati, scrive Ferrari, “le schede sono il tipo di testo che ottiene il punteggio migliore”. 

LE FAQ - Piantanida ha riscontrato ottimi risultati anche nelle FAQ, normalmente tradotte dal tedesco, sempre utilizzando uno strumento creato in Italia, la patria dell’oscurità comunicativa. Dove - come ha scrtto Longanesi - la linea più breve tra due punti è l’arabesco... Per quanto riguarda il Ticino, invece, “L’attenzione dei redattori (e dei traduttori) alla semplicità lessicale - scrive Piantanida - trova riscontro in particolare i) nell’alta percentuale di parole appartenenti al Nuovo vocabolario di base della lingua italiana (De Mauro/Chiari, 2016) che raccoglie i vocaboli più utilizzati e quelli che, pur impiegati meno di frequente, sono percepiti come dotati di una elevata disponibilità; ii) nella cautela con cui si fa ricorso a tecnicismi; iii) nella tendenza a evitare anglismi non necessari”.

LE PAROLE DERIVATE DALL’INGLESE - Interessante l’aspetto degli anglismi, di cui l’Italia è campione in negativo. O addirittura pseudoanglicismi, cioè termini che, in realtà, nei Paesi anglofoni non esistono, come “smartworking”. Per fortuna in Canton Ticino il ricorso è basso: «La quasi totale assenza di anglismi nelle domande frequenti non stupisce - spiega Piantanida - dato che l’italiano federale svizzero, forse per la convivenza con altre due lingue ufficiali, sembrerebbe essere più impermeabile alla penetrazione rispetto all’italiano istituzionale d’Italia. Paradigmatica dell’atteggiamento svizzero è, per esempio, la scelta di goccioline al posto dell’anglismo (più tecnico e molto diffuso in Italia) droplet, registrato ormai come principale neologismo». Poi “confinamento” per “lockdown”. 

Il plurilinguismo sembra invece un ostacolo nei Grigioni, unico Cantone dove si parlano tre idiomi: tedesco, romancio e italiano. Almeno nei comunicati stampa, dove Angela Ferrari ha notato alcune “fragilità”, come la mancanza di virgole a chiudere i periodi, che rende più complessa la lettura.