L’opinione

Covid, orgoglioso
di come abbiamo reagito
ma anche inquieto

Pietro Majno-Hurst
Data di pubblicazione Martedì 29 dicembre 2020 Tempo di lettura circa 5 minuti di lettura

di Pietro Majno-Hurst
Direttore medico del Dipartimento di Chirurgia EOC

Come chirurgo, partecipe e beneficiario dello sforzo degli ospedali per gestire la pandemia, in primo piano sento ammirazione per come la Medicina (nelle sue tre componenti: ricerca, assistenza e infrastrutture), e più in generale il mondo scientifico, abbiano saputo lavorare uniti, portando rapidamente le risposte necessarie.
Addio al detto di Paul Valéry : “Ce qui est simple est faux, ce qui est compliqué est inutilisable”,  caro a un mio Maestro. Nella co-evoluzione che lega tecnica, uomo e natura, la capacità della tecnica di procurarsi le soluzioni, quasi in maniera autonoma, è stata impressionante. Come esempi, la gestione fluida della catena che in poche ore porta dallo striscio all’SMS con la diagnosi di SARS-CoV-2, e la fabbricazione di un vaccino in tempi storicamente inconcepibili, con una tecnologia che potrà produrre rapidamente vaccini contro altri patogeni in futuro.

Nella realtà Ticinese abbiamo saputo dare un contributo importante alla Task Force scientifica: la nostra ricerca si è subito focalizzata sull’urgenza COVID, approfittando delle sue competenze in immunologia e farmacologia, e nel Dipartimento di chirurgia EOC abbiamo contribuito alle linee guida internazionali. In più, certo con meno comfort ma senza perdita di qualità, abbiamo continuato a operare le malattie urgenti, come i tumori addominali dei quali mi occupo, anche qui progredendo rapidamente, in particolare con tecniche mini-invasive, al vertice di quanto si fa nel nostro Paese. Fiero di tutto questo, mi resta il rincrescimento che altre specialità che trattano malattie non immediatamente letali (ortopedia, chirurgia vascolare e ricostruttiva, neurochirurgia spinale) non abbiano potuto offrire cure tempestive per mancanza di posti in rianimazione o in sala operatoria. Analogamente, non tutti gli specialisti e gli addetti alle varie professioni hanno portato il fardello della pandemia nello stesso modo: alle Rianimazioni, ai Reparti di Medicina, la nostra riconoscenza per occuparsi dei Pazienti COVID, in più permettendoci di continuare a fare e a sviluppare il nostro mestiere.

Altra ragione di ottimismo: ho ammirato, soprattutto nella prima ondata, come l’umanità intera abbia rapidamente cambiato abitudini che sembravano immodificabili. Sono vive le immagini della solidarietà e flessibilità scaturite dall’urgenza, e di una Natura che respirava di nuovo: cieli liberi da aeroplani, delfini a Venezia, polveri sottili PM10 ai minimi storici. L’uso intelligente della videoconferenza, del telelavoro, la messa in comune delle risorse educative e culturali, hanno catalizzato nuovi funzionamenti e relazioni che arricchiscono, credo in maniera definitiva, gli strumenti cognitivi di ciascuno di noi. Nell’insieme, un monumento all’adattabilità che ci caratterizza.

Come cittadino della metropoli globale, però, due elementi mi inquietano in priorità.

Il primo: l’assenza dei segnali che l’attuale mondo politico, apparso miope, disunito e inconsistente (con qualche eccezione, segnatamente tra le donne leader), intenda riparare le crepe del tessuto sociale e delle infrastrutture che la pandemia - terreno di prova della ben più grave crisi ambientale - ha messo in evidenza. Crepe create da forze tristi (nell’accezione delle passioni tristi di Spinoza, concetto utile a sottolineare che se non si agisce in modo attivo, la situazione si degrada autonomamente), con in primo piano la ricerca del profitto nelle sue varie declinazioni. Forze già utili per fabbricare il benessere materiale nel quale viviamo, ma che ora si rivolgono contro la (ri)costruzione del mondo resiliente del quale abbiamo bisogno. Esempi evidenti: l’impreparazione alla conversione produttiva dell’Occidente quando si è trattato di organizzarci per avere abbastanza mascherine, bombole, o respiratori; sfociata in un desolante “prima i nostri” tra le differenti nazioni. Esempio ancora più doloroso di fragilità: le crisi delle catene di produzione alimentare americana (ed europee?), che hanno richiesto il sacrificio precipitato di milioni di animali da allevamento.
Si tratta di ignoranza e inazione colpevoli, piuttosto che di impossibilità a porre rimedio: dal punto di vista tecnico, sappiamo già fare tutto quello che è necessario fare. Restando con il COVID: i lockdown necessari fino al vaccino non ce li vogliamo permettere, piuttosto che non ce li possiamo permettere, si veda la scelta del Consiglio Nazionale contro il congelamento degli affitti, il mancato annullamento dei grandi eventi in autunno, o della stagione sciistica. Concettualmente, pertanto, si tratterebbe di una vera e propria coscrizione di settori economici che esitiamo a mettere in opera per evitare di metter mano alle riserve o ridistribuire le risorse necessarie per pagarne il soldo. Nel frattempo, il nemico mette al sacco prevalentemente i più deboli e silenti, mentre le grosse fortune sono aumentate durante la pandemia.

Il secondo riguarda quanto poco conto si tiene valore dei fatti. L’esempio più chiaro ne sono stati i propositi assurdi del Presidente americano uscente e, ancora più inquietante, che questi abbia ancora ottenuto quasi il 50% dei voti, nonostante la gestione calamitosa della crisi e l’arroganza con la quale denigrava il sapere Scientifico. Vedo nei negazionismi anti-scientifici e nel loro aumento attraverso tutto lo spettro politico (gli anti-vaccino, i corona-scettici, i favorevoli alla clorochina, gli anti-OGM, etc.) un elemento grave a tre titoli: 1) non ci siamo interrogati abbastanza sul perché di questa frattura tra scienza e società, e senza diagnosi probabilmente non ci sarà cura; 2) se una delle cause principali è, come credo, il disinvestimento dall’educazione e dalla cultura (a cominciare dalle scuole materne fino ai programmi televisivi degli adulti, un’altra forza triste), ci vorranno anni a sanarla; 3) il mancato rispetto per la verità dei fatti, con effetti moltiplicati dai social, fa disfunzionare meccanismi di decisione democratica sui quali facciamo affidamento: se vogliamo reagire alla misura delle sfide che è urgente affrontare, dobbiamo pensare a rinnovarli. È questo, sono persuaso, il cantiere più urgente.