covid-19

Coronavirus, nuove terapie dagli anticorpi di chi è sopravvissuto

Data di pubblicazione Lunedì 23 marzo 2020 Tempo di lettura circa 6 minuti di lettura

Il gruppo di Luca Varani (IRB) ha ottenuto un finanziamento dell’Unione Europea per individuare nel sangue dei pazienti guariti le molecole che si sono rivelate decisive, da utilizzare poi anche per gli altri malati
di Agnese Codignola

Con una velocità che non ha precedenti, e che testimonia quanto grande sia, e non da oggi, la preoccupazione anche tra i decisori politici, alla fine di gennaio l’Unione Europea ha emesso un bando per finanziare la ricerca sulle possibili terapie contro il Covid-19, dotandolo inizialmente di un budget di 10 milioni di euro da attribuire a tre gruppi, e ampliandolo poi fino a quasi 50 milioni, per poter finanziare un numero maggiore di progetti.

In due settimane sono arrivate 91 proposte e, facendo in pochissimi giorni ciò che di solito richiede mesi, la commissione ha scelto le 17 più meritevoli. Il secondo posto, quanto a punteggio, se l’è aggiudicato il gruppo guidato da Luca Varani dell’Istituto di ricerca in biomedicina (IRB) di Bellinzona, che da tempo lavora sulle terapie immunologiche di alcune patologie virali. L’IRB negli anni scorsi ha dato un contributo fondamentale alla lotta al virus Ebola, al punto che una molecola (anticorpo) sviluppato a Bellinzona è stata usata in Congo nei mesi scorsi, abbattendo la mortalità dell’epidemia in corso dal 70 al 10%.

Tra i molti possibili approcci su cui si sta lavorando in tutto il mondo, spiega l’esperto, uno dei più interessanti è infatti proprio quello che guarda al sistema immunitario e a come esso reagisce al contatto con i patogeni e, nella fattispecie, con il SARS coronavirus 2. Com’è noto il virus, quando entra nell’organismo, induce una risposta immunitaria che, nella maggior parte dei contagiati, permette non solo di sopravvivere, ma anche di non ammalarsi più in caso di un contatto successivo o, quantomeno, di non ammalarsi gravemente.

Il segreto di tale protezione, che è paragonabile a quella che si determina con altre malattie infettive, per esempio con la varicella, risiede negli anticorpi specifici che l’organismo produce in risposta al virus. Ed è da questo che parte tutta la strategia volta a sfruttarne tali straordinarie caratteristiche. Chiarisce in merito Varani: ”Si può procedere in tre modi diversi, ciascuno dei quali è rappresentato nel nostro progetto.

Il primo è quello che rende la terapia più rapidamente disponibile, ma non è ideale per il lungo periodo. Si preleva il sangue dei pazienti guariti, si separa il plasma che contiene gli anticorpi li si purifica e li si reinfonde in altri malati. Questa strategia, di cui si occupa il Karolinska Institutet di Stoccolma, è rapida e utile, ma poco pratica, a lungo termine, perché richiede costanti donazioni di sangue da parte dei guariti, da ripetere ogni volta che si ha bisogno della cura. Oltretutto, nei paesi a livello di sviluppo medio-basso, sarebbe difficilmente praticabile e non esente da rischi.

Il secondo approccio, seguito dall’Università di Braunschweig, in Germania, altro partner del progetto, sfrutta solo alcune parti degli anticorpi dei guariti, le mescola e, grazie a tecnologie genetiche oggi disponibili e molto avanzate, le trasforma in una terapia. Anche in questo caso i tempi possono non essere lunghissimi, ma il limite principale è costituito dall’eterogeneità degli anticorpi, perché ciascuno di noi ne produce di diverso tipo, e di dotati di diversa efficienza. Si rischia cioè di avere miscele eterogenee, tutte da verificare, e non tutte ugualmente efficaci.

Guarda la gallery Guarda la gallery Luca Varani
Foto di Loreta Daulte Guarda la gallery (5 foto)

Noi, invece, ci concentriamo sul terzo approccio possibile, e cioè sulla selezione, sempre nel sangue dei guariti, degli anticorpi migliori, di quelli più potenti e reattivi, e sulla loro trasformazione in materia prima, cioè in una sorta di stampo utile a creare una generazione di anticorpi per definizione tutti uguali, e riproducibili all’infinito: i monoclonali.

Questo permette di avere anticorpi omogenei, standardizzati e, sperabilmente, molto attivi. Il vantaggio è evidente: una volta identificato l’anticorpo più valido, lo si può avere per sempre e in grandi quantità senza dipendere più dai guariti”.

Per capire quali siano gli anticorpi più adatti, Varani sta lavorando anche con alcuni centri italiani, ciascuno dei quali apporta un contributo cruciale. “Una delle nostre specialità è l’usare simulazioni al computer, coadiuvate da dati sperimentali ottenibili rapidamente, per ottenere la struttura molecolare a livello atomico e capire come gli anticorpi interagiscano con i virus. Questo ci permette di modificare razionalmente e migliorare gli anticorpi, come abbiamo già fatto con successo con il virus che causa la malattia nota come Zika.

Siamo tra i pochissimi gruppi al mondo, se non forse l’unico, con un’esperienza comprovata di questo approccio, come attestano numerose pubblicazioni scientifiche. In questo progetto, il centro di calcolo del CINECA di Bologna si è offerto di darci una mano, con il suo supercomputer, per svolgere tali simulazioni. Dal canto suo, invece, il Centro di ricerche della Comunità Europea (EU-JRC) di Ispra lavorerà a stretto contatto con l’EMA (Agenzia Europea dei Medicinali) per garantire che la produzione segua fino dall’inizio le regole europee per la sicurezza dei farmaci, garantendoci così, una volta messo a punto il trattamento, di poter giungere all’uso nell’uomo il più rapidamente possibile.

Questo è fondamentale, perché in passato è successo che alcune terapie arrivassero in ritardo al letto del malato proprio perché le aziende che le avevano ideate e realizzate avevano proceduto senza tenere conto di quanto richiede l’EMA, e avevano quindi in seguito dovuto procedere a nuovi test, prima di ricevere il via libera. Infine, il Policlinico San Matteo di Pavia, centro di riferimento nazionale per le malattie infettive e, nello specifico, Fausto Baldanti, responsabile della microbiologia dell’ospedale, ci aiuteranno a verificare che i nostri anticorpi funzionino sul virus isolato da pazienti lombardi”.

E non è tutto: studiare nel dettaglio le caratteristiche degli anticorpi e del virus che essi riescono a neutralizzare – aggiunge Varani – è fondamentale per lo studio dei vaccini. Le porzioni di virus a cui si legano gli anticorpi migliori sono le più importanti per bloccare il virus stesso, il loro punto debole e, quindi, i candidati ideali per i vaccini.

Il lavoro dunque procede speditamente, e su più fronti in contemporanea. Ma, come si affrettano a ripetere molti esponenti della comunità scientifica internazionale, a cominciare da quelli che da tempo lavorano in questo tipo di malattie, non bisogna avere fretta, perché i rischi sono notevoli. Conclude Varani: “Ogni ipotesi va controllata attraverso numerosi passaggi in vitro, poi su diversi modelli animali e, infine, con cautela, nell’uomo.

Facendo le cose troppo in fretta si corre il rischio di avere terapie non efficaci o, peggio, dannose. Fallimenti, in rari casi anche tragici, non sono mancati in passato. In questo caso, poi, visto che abbiamo a che fare con un virus che non ha mai infettato l’uomo prima, i nostri ragionamenti si basano su valutazioni statistiche di quanto è avvenuto in situazioni paragonabili, e sui pochi dati reali oggi disponibili, e la prudenza, e la buona scienza sono quindi più che d’obbligo.

Ci vorranno mesi, ma è meglio avere pazienza oggi, per arrivare domani a cure che salvano, che sono del tutto sicure e che, una volta messe a punto, resteranno valide nel tempo”.