neuroscienze

Studiare il sonno per trovare i sintomi della malattia di Parkinson

Data di pubblicazione Lunedì 15 giugno 2020 Tempo di lettura circa 5 minuti di lettura

Il gruppo di Salvatore Galati (Neurocentro) analizza l’attività del cervello durante il riposo notturno per individuare, in largo anticipo rispetto ai metodi tradizionali, eventuali campanelli d’allarme
di Elisa Buson

Dimmi come dormi e ti dirò se avrai il Parkinson. Quella che oggi può sembrare una tecnica da aspiranti veggenti, presto potrebbe diventare un nuovo modo per fare diagnosi precoce. Alcuni disturbi del sonno, infatti, possono svelare l’insorgenza della malattia neurodegenerativa con anni di anticipo rispetto ai suoi sintomi, permettendo di monitorarne anche l’evoluzione in risposta alle terapie. Scoprire quali sono esattamente i segnali “spia” da tenere sotto controllo durante il riposo notturno è l’obiettivo a cui sta lavorando il gruppo di ricerca di Salvatore Galati, neurologo ed esperto di disturbi del movimento presso il Neurocentro della Svizzera Italiana, all’Ospedale Regionale di Lugano.

Insieme alle sue collaboratrici Ninfa Amato e Serena Caverzasio, rispettivamente psicologa e dottoranda in neuroscienze, Galati ha passato in rassegna i più recenti studi scientifici sull’argomento: i risultati, pubblicati sulla rivista Journal of Neuroscience Methods, puntano tutti alla stessa conclusione. «Il sonno - spiega l’esperto - è legato a doppio filo con il Parkinson: può essere alterato dalla neurodegenerazione e, a sua volta, può condizionare la progressione della malattia». Questo accade perché «dormire non è un semplice processo passivo: in realtà sottende dei meccanismi importantissimi per il ripristino della normale attività cerebrale».

Nasce da qui l’idea di analizzare l’attività del cervello durante il riposo notturno per individuare eventuali campanelli d’allarme che possano svelare l’insorgenza del Parkinson. Un esempio? Il cosiddetto disturbo comportamentale della fase Rem (Rem sleep Behavior Disorder, RBD), che si verifica quando la persona non resta immobile come dovrebbe durante la fase onirica ma, al contrario, vive fisicamente i propri sogni, manifestando un’attività motoria eccessiva che la porta a muovere braccia e gambe, colpire oggetti, cadere dal letto e perfino picchiare il partner che dorme vicino. «Nell’ultimo decennio molti studi hanno dimostrato che questo disturbo del sonno “annuncia” con diversi anni di anticipo i sintomi del Parkinson - prosegue Galati. - Se in questi casi riuscissimo a identificare i segnali dell’attività cerebrale che indicano in maniera inequivocabile l’insorgenza della malattia, potremmo usare un esame semplice e poco costoso come la polisonnografia con elettroencefalogramma per arrivare tempestivamente alla diagnosi di Parkinson e intervenire subito con le migliori terapie disponibili. Questo ad oggi non è ancora possibile perché la diagnosi di Parkinson è essenzialmente clinica: viene fatta, cioè, sulla base dei sintomi motori come tremori, rigidità e lentezza dei movimenti, che compaiono quando la malattia è già in fase avanzata e le connessioni dei neuroni dopaminergici (così si chiamano, in termine tecnico) sono distrutte».

Ingrandisci la foto Ingrandisci la foto Salvatore Galati, neurologo ed esperto di disturbi del movimento presso il Neurocentro della Svizzera Italiana Ingrandisci la foto

Le cause di questa neurodegenerazione sono ancora tutte da chiarire, anche se l’ipotesi più probabile resta quella dell’interazione tra fattori genetici predisponenti e fattori ambientali, come l’esposizione a pesticidi, metalli pesanti o idrocarburi-solventi. L’unica cosa certa al momento è che una volta innescato questo processo distruttivo, nulla sembra poterlo fermare. Per prevedere come evolverà nel tempo e come cambieranno le sue manifestazioni cliniche, può tornare utile ancora una volta la polisonnografia con elettroencefalogramma. «Sappiamo infatti - dice Galati - che i disturbi del sonno possono alterare alcuni aspetti cognitivi dei pazienti parkinsoniani: col passare del tempo perdono la capacità di mantenere l’attenzione e soprattutto perdono i freni inibitori, proprio come si osserva nei soggetti sani deprivati del sonno.

Da diversi anni stiamo inoltre cercando di capire come i disturbi del sonno possano favorire la comparsa dei movimenti involontari (chiamati “discinesie”) che spesso si osservano nei soggetti in terapia da lungo tempo con un farmaco chiamato levodopa». Vari studi suggeriscono che l’elettroencefalogramma può evidenziare delle frequenze alterate nella fase del sonno a onde lente, importantissima per il rimodellamento delle connessioni fra neuroni, le cosiddette sinapsi. «Quando riposiamo il cervello fa pulizia, elimina le informazioni superflue accumulate durante la veglia “potando” le sinapsi inutili - ricorda Galati. - A causa dei disturbi del sonno, e probabilmente anche per effetto della levodopa, questo meccanismo di sfoltimento può incepparsi, lasciando nel cervello le tracce mnemoniche di alcuni comandi motori che pensiamo possano generare i movimenti involontari».

Per verificare questa ipotesi, il team di Galati ha già avviato uno studio con il sostegno dell’associazione Parkinson Svizzera. «Abbiamo cominciato nel 2018 esaminando soggetti parkinsoniani che non manifestavano discinesie – afferma il neurologo. - Appena terminerà completamente l’emergenza Covid-19 passeremo alla seconda fase, valutando quei pazienti che nel frattempo avranno sviluppato questi movimenti involontari. Se emergeranno alterazioni dell’elettroencefalogramma nella fase a onde lente, avremo una prova in più del nesso tra sonno e discinesie». Una simile scoperta potrebbe rappresentare un punto di svolta, perché ad oggi non esistono ancora farmaci specifici per controllare questi movimenti involontari molto invalidanti. Per migliorare la qualità di vita dei pazienti, conclude Galati, «si potrebbero sperimentare delle molecole già esistenti che permettono di incrementare il sonno a onde lente, nella speranza di ripristinare una buona potatura delle sinapsi».