oncologia

Strategia di precisione per curare i tumori metastatici della prostata

Data di pubblicazione Giovedì 30 aprile 2020 Tempo di lettura circa 4 minuti di lettura

Grazie a un anticorpo monoclonale e a vescicole microscopiche, è possibile far arrivare i chemioterapici direttamente sulle cellule cancerose. Studio di Maria Antonietta D’Ambrosio e Abdullah Alajati (IOR), e di altri ricercatori internazionali, coordinati da Andrea Alimonti (IOR)
di Elisa Buson

Mirare, puntare, fuoco: ecco le tre parole d’ordine per colpire il tumore della prostata. Perché anche quando sembra diventato resistente a qualsiasi terapia, non è detto che sia del tutto invincibile: può ancora nascondere dei punti deboli che lo rendono vulnerabile alle nuove e affilatissime armi della medicina di precisione. Lo ha scoperto un gruppo internazionale di ricerca guidato da Andrea Alimonti, professore di oncologia presso l’Università della Svizzera Italiana (USI) e al Politecnico di Zurigo (ETH), oltre che group leader all’Istituto oncologico di ricerca (affiliato all’USI) di Bellinzona. Lo studio, pubblicato sul Journal of Clinical Investigation, ha permesso infatti di identificare un nuovo bersaglio molecolare contro cui è stata sviluppata una terapia molto promettente in grado di bloccare le metastasi.

Quello della prostata è il secondo tumore più diagnosticato nella popolazione maschile e la quinta causa di decesso per cancro negli uomini. Le terapie spaziano dalla chirurgia alla radioterapia, fino al trattamento con antagonisti dei recettori ormonali, tramite molecole che bloccano la produzione di testosterone o ne inibiscono l’azione. In una percentuale rilevante di pazienti, però, questa terapia ormonale (anche detta “castrazione farmacologica”) perde efficacia nel tempo: così le cellule tumorali sviluppano resistenza e iniziano a crescere in maniera più aggressiva, portando in molti casi a generare metastasi. «Per capire il meccanismo molecolare che si nasconde dietro a questo fenomeno abbiamo analizzato un migliaio di biopsie prelevate da pazienti svizzeri colpiti da tumore della prostata», spiega la ricercatrice Maria Antonietta D’Ambrosio, che ha condotto lo studio nel laboratorio di Alimonti in collaborazione con il collega Abdullah Alajati. Dalle analisi è emerso che nei tumori in fase più avanzata (cioè quelli resistenti alla castrazione farmacologica e metastatici) le cellule esprimono sulla loro membrana maggiori quantità di una particolare proteina, chiamata CDCP1. Grazie a esperimenti in vitro e su modelli animali, i ricercatori sono riusciti a ricostruire la cascata di segnali molecolari che la proteina attiva all’interno della cellula per favorirne la crescita incontrollata. «Abbiamo inoltre osservato - aggiunge D’Ambrosio - che il suo effetto deleterio può essere potenziato dalla perdita di funzione di un gene, chiamato PTEN, che normalmente agisce da oncosoppressore frenando la crescita tumorale». La proteina CDCP1 è dunque un bersaglio cruciale e soprattutto «un target facile da colpire, proprio perché si trova sulla membrana esterna delle cellule», aggiunge Andrea Alimonti. Il suo team si è dunque rivolto al gruppo del professor Gianfranco Pasut, all’Università di Padova, per reperire l’arma di precisione più adatta allo scopo: un immunoliposoma. «Si tratta di un complesso formato dall’unione di un anticorpo monoclonale, capace di riconoscere in modo specifico CDCP1, e un liposoma, ovvero una sorta di vescicola grande 120 milionesimi di millimetro, che all’interno trasporta il farmaco chemioterapico, nel nostro caso la doxorubicina», spiega D’Ambrosio. L’immunoliposoma così formato ha le dimensioni adatte per uscire dal circolo sanguigno in corrispondenza del tumore (dove i vasi sono alterati dalla presenza di finestrature più ampie rispetto ai vasi dei tessuti sani).

Guarda la gallery Guarda la gallery Abdullah Alajati, coautore dello studio pubblicato sul Journal of Clinical Investigation Guarda la gallery (5 foto)

Una volta raggiunta la cellula, l’anticorpo si lega alla proteina CDCP1 e il liposoma si fonde con la membrana cellulare, permettendo l’ingresso mirato del chemioterapico. «Lo abbiamo sperimentato su cellule tumorali resistenti alle terapie tradizionali e abbiamo osservato, sia in vitro che su modelli animali, un’importante riduzione delle dimensioni del tumore: la massa diventa quasi invisibile se oltre all’immunoliposoma somministriamo anche la terapia ormonale», rileva la ricercatrice.

«Il passo successivo ora sarà quello di passare allo sviluppo clinico del composto», aggiunge Alimonti. Molte aziende farmaceutiche hanno intuito che la proteina CDCP1 potrebbe rivelarsi cruciale per bloccare la progressione del tumore della prostata e hanno sviluppato anticorpi specifici che potrebbero essere testati in clinica entro 2 o 3 anni al massimo. «Il trattamento non andrebbe somministrato a tutti i pazienti con tumore della prostata resistente alla castrazione - afferma D’Ambrosio - ma solo a quelli che esprimono livelli anomali della proteina CDCP1.

Questo è il principio della medicina personalizzata, che mira a scegliere la cura più efficace in base al corredo genetico del tumore del singolo paziente. La nostra speranza - conclude la ricercatrice - è poter aumentare la sopravvivenza dei pazienti, ma anche la loro qualità di vita, perché il rilascio mirato del chemioterapico veicolato dall’anticorpo dovrebbe permettere di risparmiare le cellule sane riducendo notevolmente gli effetti collaterali».