SPERIMENTAZIONE

Una sostanza dell’800 (il blu
di metilene) per curare
in via definitiva l’epatite B

Domenica 15 marzo 2026 ca. 5 min. di lettura
Andreas Cerny, direttore della Fondazione Epatocentro Ticino (foto di Loreta Daulte)
Andreas Cerny, direttore della Fondazione Epatocentro Ticino (foto di Loreta Daulte)
 

Dopo gli studi di laboratorio, che hanno dato esiti positivi, la Fondazione Epatocentro Ticino ha  iniziato i test anche su un piccolo gruppo di pazienti. I primi risultati entro l’anno. Intervista ad Andreas Cerny
di Giuseppe Cannizzaro

Se uno studio avviato a Lugano dalla Fondazione Epatocentro Ticino, in collaborazione con altri istituti svizzeri, darà esito positivo e verrà confermato anche da ulteriori ricerche, si potrà aprire la strada verso terapie radicalmente nuove contro l’epatite B, con un obiettivo molto ambizioso: guarire in modo completo dalla malattia, senza dover assumere medicinali per tutta la vita, come invece avviene adesso (ricordiamo che l’epatite B è la forma di epatite cronica virale più diffusa al mondo). Occorreranno molte prove, dicevamo, e molto tempo, ma i test in laboratorio hanno mostrato esiti positivi e ora la sperimentazione è stata estesa anche ai pazienti. Il progetto, per il momento, è limitato a un piccolo numero di persone, ma nei prossimi mesi il campione sarà ampliato per valutare meglio gli effetti di una molecola sintetica dal nome cromatico: blu di metilene. E, in effetti, in principio questa molecola è stata sintetizzata come colorante alla fine dell’800, salvo poi trovare nel corso dei decenni diverse applicazioni in campo medico, grazie alle sue proprietà di agente riducente (alla sua capacità, cioè, di cedere elettroni e quindi di modificare lo stato chimico di altre molecole). 

Come il blu di metilene potrebbe far guarire dall’epatite B cronica?

«Le terapie antivirali attuali bloccano la replicazione del virus dell’epatite B ma non lo eliminano, rendendo necessaria una terapia a vita – spiega a Ticino Scienza il professor Andreas Cerny, direttore della Fondazione Epatocentro. - Il blu di metilene, sulla base di dati in vitro ottenuti da una ricerca condotta dai colleghi dell’Ospedale Universitario di Ginevra, non blocca solo la produzione del DNA virale, ma anche della proteina di superficie del virus, l’antigene HBsAg, che svolge un ruolo fondamentale nell’infezione delle cellule epatiche e facilita la replicazione del virus stesso all’interno del fegato. Questo doppio meccanismo dovrebbe essere favorevole a un’eventuale sieroconversione, cioè alla scomparsa dell’antigene di superficie dell’epatite B e alla comparsa degli anticorpi specifici, e quindi a una guarigione definitiva dalla malattia».  

Il vostro studio è stato avviato nel corso del 2025: ci può anticipare qualcosa sui primi risultati?

 «Siamo partiti con due pazienti che sono "portatori inattivi” del virus,  cioè che hanno un’infezione cronica provocata dal virus dell’epatite B, ma senza i segni tipici di questa malattia. L’obiettivo è arrivare a condurre lo studio su dieci pazienti. Si tratta di uno studio pilota, e, considerando che la durata del trattamento è di sei mesi, dovremmo avere dati più significativi verso la fine dell’anno. Per il momento non posso dire altro, se non che il trattamento è tollerato bene».

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Un riserbo scientifico più che comprensibile su una ricerca in corso - aggiungiamo noi - ma in attesa di conoscere gli esiti di questa prima fase dello studio è anche doveroso ricordare che il blu di metilene può avere effetti collaterali, e pertanto l’assunzione deve avvenire sotto stretto controllo medico. 

Passiamo anche a un’altra patologia su cui siete impegnati: la malattia del fegato grasso. Alla Fondazione Epatocentro l’attenzione dei ricercatori è focalizzata, in particolare, sulla vitamina E, come possibile cura: perché? Quali risultati vi attendete? 

«La vitamina E - spiega Cerny - è una terapia studiata fin dagli anni ’90 nella steatoepatite non alcolica (una delle forme più gravi della malattia del fegato grasso, ndr), che è causata dall’eccessivo accumulo di grassi nel fegato non causato da alcol e spesso dovuto a obesità, diabete e resistenza all’insulina. I dati mostrano un miglioramento istologico (cioè un miglioramento dei tessuti osservati al microscopio, ndr) e una normalizzazione dei parametri epatici, ma nella pratica clinica la vitamina E è stata ancora poco implementata. Noi abbiamo continuato a utilizzarla e oggi disponiamo di un ampio patrimonio di dati che stiamo analizzando retrospettivamente».

Oltre a questo, avete anche altri importanti archivi di dati…

«Sì, gestiamo anche una biobanca (cioè un archivio di campioni biologici prelevati ai pazienti, ndr) e una banca-dati dedicate alle epatiti autoimmuni, che coinvolgono oltre 800 pazienti (adulti e pediatrici) e 23 centri in tutta la Svizzera. Raccogliamo sangue, urine, feci e materiale genetico che contiene l’RNA e il DNA, creando una risorsa essenziale per la nostra ricerca e per collaborazioni a livello nazionale e internazionale».

La componente genetica è importante anche per la malattia del fegato grasso?

«Lo studio dei fattori genetici che predispongono allo sviluppo della malattia del fegato grasso e delle sue complicanze è un ambito particolarmente promettente, dal punto di vista scientifico. È un lavoro iniziato circa dieci anni fa, che oggi ci consente di personalizzare il follow-up dei pazienti (cioè il controllo nel tempo dei pazienti dopo la diagnosi o il trattamento). Esistono persone che sviluppano la steatosi epatica pur avendo uno stile di vita corretto, senza obesità o consumo eccessivo di alcol: in questi casi la componente genetica gioca un ruolo determinante».

Qual è il “segnale genetico” da individuare per sapere in anticipo se un paziente potrebbe ammalarsi di fegato grasso? 

«Questa patologia è influenzata da un polimorfismo (cioè da una variazione) del gene PNPLA3 presente in almeno il 15 % della nostra popolazione».

Identificarlo precocemente significa riuscire a prevenire meglio la malattia?

«Partendo dai risultati di quello studio, ci siamo concentrati sulla possibilità di individualizzare il nostro follow-up e credo che in questa direzione siamo stati l’unico centro di ricerca che ha cominciato a farlo con intensità. A differenza di altre patologie metaboliche, per il fegato grasso questo singolo polimorfismo ha un peso elevato. Adesso stiamo raccogliendo i dati: identificarlo precocemente può permettere di intervenire in modo mirato sulla prevenzione e di motivare maggiormente il paziente ad adottare uno stile di vita adeguato, facendo anche una serie di controlli più ravvicinati e accedendo prima a terapie farmacologiche mirate».