Tumore della prostata, un “rebus” da combattere con diagnosi
e terapie sempre più mirate

Per cinque giorni il Palacongressi di Lugano è stato luogo di confronto fra oncologi di valore internazionale, riuniti in due convegni. Il Ticino si conferma luogo di eccellenza per la ricerca su questa forma di cancrodi Benedetta Bianco
Per cinque giorni, dal 28 aprile al 2 maggio, il Palazzo dei congressi di Lugano ha accolto due importanti congressi scientifici dedicati al carcinoma della prostata, confermando il Ticino come luogo di eccellenza per la ricerca sulla forma di cancro che colpisce di più gli uomini. Si è cominciato con l’International Prostate Cancer Symposium (IPCS), organizzato dalla Fondazione IOR (Istituto Oncologico di Ricerca) e dalla APC Society - sotto la guida di Andrea Alimonti, Jean-Philippe Theurillat e Silke Gillessen - che ha chiamato a raccolta circa 600 esperti, ricercatori, clinici e rappresentanti dell’industria farmaceutica tra i più autorevoli nel campo della ricerca sul tumore della prostata. Ha poi preso il via la Advanced Prostate Cancer Consensus Conference 2026 (APCCC), organizzata anche in questo caso dalla APC Society, che ha sede a Bellinzona. Considerata uno dei principali incontri internazionali sul tumore della prostata avanzato, l’APCCC ha riunito più di mille esperti per definire raccomandazioni condivise sulle situazioni di malattia più complesse, che richiedono una particolare competenza per quanto riguarda la diagnosi e il trattamento (queste raccomandazioni verranno poi rese pubbliche, in modo che tutti gli oncologi possano utilizzarle come riferimento).
La difficoltà, nel caso del carcinoma della prostata, è legata all’estrema variabilità di questa patologia: esistono forme molto aggressive, ma anche, sul versante opposto, forme cosiddette indolenti, in una quota significativa, che possono rimanere stabili o crescere molto lentamente nel corso degli anni, talvolta per decenni. Oggi sono disponibili tecniche sempre più sofisticate per valutare le caratteristiche e i rischi dei diversi tipi di tumori prostatici, ma è fondamentale che il paziente venga seguito da un team multidisciplinare, in centri con un’ampia esperienza.
«Ci stiamo impegnando per riuscire a ottenere una gestione sempre più efficace dei pazienti - dice a Ticino Scienza la professoressa Silke Gillessen, che è direttore medico e scientifico dell’Istituto Oncologico della Svizzera italiana, e presidente della APC Society. - Abbiamo tanti dati, ma a volte manca l’informazione per capire come usarli. Negli ultimi anni, però, sono stati fatti grandi progressi: adesso, anche quando il tumore presenta caratteristiche aggressive e arriva allo stadio metastatico, il tasso di sopravvivenza è molto più alto, rispetto al passato, e siamo anche riusciti a migliorare la qualità della vita di questi pazienti. Su un altro versante, i progressi dell’approccio alla malattia hanno riguardato anche i tumori che rimangono localizzati, grazie all’adozione della “sorveglianza attiva” (cioè di un monitoraggio regolare e attento, senza intervenire se il tumore non mostra segni di crescita o aggressività, ndr)».
Il tumore alla prostata è la neoplasia più diffusa, come dicevamo, negli uomini. Ogni anno, in Svizzera, vengono diagnosticati circa 6.000 nuovi casi, pari a circa il 27% di tutti i tumori maschili, e si contano circa 1.300 decessi, pari al 14% dei pazienti (dati dell’Ente Ospedaliero Cantonale).
Fortunatamente, però, in molti casi il carcinoma prostatico cresce lentamente senza diffondersi al di fuori della ghiandola, e in queste situazioni il tasso di sopravvivenza a 5 anni è superiore al 95%: uno dei più alti, in ambito oncologico, se la malattia viene scoperta precocemente.
Il tumore prostatico è correlato all’età (come molte altre forme di cancro): le possibilità di ammalarsi sono scarse prima dei 40 anni, ma aumentano sensibilmente dopo i 50. Circa due terzi dei tumori alla prostata, poi, sono diagnosticati in persone con più di 65 anni. Un altro fattore importante è la familiarità, cioè la presenza del tumore in un parente di primo grado (padre, fratello, figlio).
LE NUOVE CURE - Oggi, come sottolinea anche Gillessen, le opzioni terapeutiche a disposizione sono numerose, e altre si trovano in fase di sperimentazione. La scelta del trattamento dipende, ovviamente, da diversi fattori, come le caratteristiche biologiche, quelle molecolari e l’estensione del tumore, l’età del paziente e il suo stato di salute generale (sono tanti e complessi i parametri da considerare).
Nel caso dei tumori più aggressivi, la scelta può ricadere su radioterapia, chemioterapia e medicina nucleare, o anche sulla chirurgia, per la rimozione della prostata. Negli ospedali più avanzati si utilizza ormai da diversi anni la chirurgia robotica, che permette di risparmiare al massimo i fasci nervosi che controllano la funzione sessuale e la minzione, se applicata da mani esperte.
Per quanto riguarda, invece, la medicina nucleare, risultati promettenti sono stati ottenuti con una nuova strategia definita “radioterapia liquida”. Come funziona? Un isotopo radioattivo – il lutezio-177 – viene legato a una molecola progettata per essere iniettata nel sangue e riconoscere il PSMA (antigene di membrana specifico della prostata), una proteina presente solo sulla superficie delle cellule tumorali prostatiche. Questo radiofarmaco (così viene chiamato) quando raggiunge il tumore rilascia radiazioni a corto raggio, che colpiscono selettivamente le cellule malate, riducendo al minimo i danni ai tessuti sani circostanti. «In questo modo – conferma Gillessen – è possibile somministrare una terapia estremamente mirata».
Ma il PSMA può essere utilizzato anche solo a scopo diagnostico. In tale caso molecole dirette contro questa proteina vengono legate a isotopi radioattivi differenti dal lutezio 177 (molto più deboli), e permettono di individuare con grande precisione il tumore tramite la PET (tomografia a emissione di positroni). I ricercatori definiscono “teranostica” questo approccio innovativo, che combina - come dice il nome - la terapia con la diagnostica in un’unica strategia.
LA TERAPIA ORMONALE - Nel caso di tumori localizzati ad alto rischio, o nelle forme avanzate o metastatiche, si ricorre spesso alla terapia ormonale, o “terapia di deprivazione androgenica”. Questo trattamento ha lo scopo di ridurre drasticamente i livelli di testosterone, un ormone che in molti casi favorisce la crescita delle cellule tumorali. Si tratta dell’approccio farmacologico associato agli effetti collaterali più impegnativi, tema discusso anche nel corso della Consensus Conference. «La terapia ormonale provoca inizialmente effetti acuti – spiega Gillessen – come calo o perdita del desiderio sessuale, disfunzione erettile, stanchezza e vampate di calore, sintomi che ricordano per alcuni aspetti quelli associati alla menopausa femminile. Se il trattamento viene prolungato nel tempo, possono comparire anche alterazioni metaboliche, tra cui perdita di massa muscolare, osteoporosi e aumento di peso. Gli effetti collaterali possono quindi incidere in modo significativo anche sul piano psicologico, ma si tratta di una terapia molto efficace nel controllo della malattia».
Alla terpia ormonale vengono associati, in certi casi, anche farmaci di nuova generazione chiamati “inibitori del recettore degli androgeni”. Si tratta di terapie orali molto potenti, che non bloccano la produzione di testosterone, ma le proteine, sulle cellule tumorali, a cui questo ormone si aggancia. Così questi medicinali, utilizzati contro le forme di tumore resistenti alla terapia ormonale, impediscono al testosterone (pur presente solo a bassi livelli) di stimolare la crescita delle cellule cancerose. «Questi farmaci – afferma Gillessen – se presi in fase precoce, aumentano significativamente la sopravvivenza, e possono essere utilizzati per trattare il tumore alla prostata sia in fase localizzata che metastatica».
LE ANALISI GENETICHE - Un’altra novità degli ultimi anni sono le analisi genetiche, già ampiamente utilizzate nel cancro al seno o all’ovaio, e ora disponibili anche per quello alla prostata. Queste analisi riguardano principalmente i geni BRCA1 e BRCA2, già noti per il loro ruolo nei tumori femminili: mutazioni in questi due geni, in particolare nel secondo, sono associate a un aumento del rischio di sviluppare forme più precoci e aggressive della malattia. Identificare tempestivamente queste alterazioni genetiche consente di accedere a terapie mirate e personalizzate».
L’IMMUNOTERAPIA - «Molto promettente è anche una nuova strategia di immunoterapia attualmente allo studio» - dice Gillessen (l’immunoterapia, lo ricordiamo, è un tipo di cura che aiuta il sistema immunitario a riconoscere e combattere il tumore). Bisogna considerare che, a differenza di altre forme di cancro, il carcinoma prostatico mostra una particolare capacità di sfuggire agli attacchi del sistema difensivo dell’organismo. Per questo motivo, le immunoterapie che hanno fornito risultati importanti in altre neoplasie si sono rivelate finora meno efficaci, invece, contro il tumore della prostata. Per cercare di superare questa resistenza, i ricercatori stanno studiando diverse combinazioni terapeutiche. Una delle ipotesi più promettenti prevede l’associazione dell’immunoterapia con i cosiddetti inibitori di PARP, farmaci che bloccano i meccanismi di riparazione del DNA nelle cellule tumorali e risultano particolarmente efficaci nei pazienti con mutazioni dei geni BRCA1 e BRCA2.
Un altro filone di ricerca riguarda molecole innovative progettate per riattivare le difese immunitarie del paziente e colpire bersagli specifici presenti sulle cellule tumorali prostatiche. «Sono queste – conclude Gillessen – alcune delle nuove frontiere terapeutiche per il tumore alla prostata in fase avanzata».