Locarno Film Festival

“Stressare” i sistemi di AI
per farli funzionare meglio

Giovedì 6 agosto 2026 ca. 8 min. di lettura

Intervista a Kevin Lee, professore all’Università della Svizzera italiana, sul "peso" che l’intelligenza artificiale potrà avere nella produzione cinematografica. Un film di Lee è in programma il 6 agosto a Locarno
di Valeria Camia

Il professor Kevin B. Lee (foto USI)
Il professor Kevin B. Lee (foto USI)

Il futuro del cinema si gioca oggi: in un’epoca segnata dall’intelligenza artificiale, dalle piattaforme digitali e da nuove modalità di produzione e fruizione delle immagini, il linguaggio audiovisivo è chiamato a confrontarsi con trasformazioni profonde. È all’interno di questa riflessione che il Locarno Film Festival, in programma dal 5 al 16 agosto, continua a sviluppare il proprio ruolo di laboratorio internazionale dedicato ai nuovi orizzonti del cinema. Accanto alla programmazione artistica, il Festival promuove infatti momenti di ricerca, confronto e sperimentazione che mettono in dialogo filmmaker, studiosi, industrie creative e nuove generazioni di autori. In questo contesto si inserisce la figura del Locarno Film Festival Professor for the Future of Cinema and Audiovisual Arts, incarico nato dalla collaborazione tra il Festival e l’Università della Svizzera italiana (USI) e affidato nel 2022 a Kevin B. Lee, il cui film-essay Afterlives verrà proiettato giovedì 6 agosto alle ore 21 presso il Palacinema 2 nel contesto del REAL Academy.

Professor Lee, la serie di conferenze del Locarno Film Festival dedicata al futuro del cinema quest’anno è incentrata sul tema “The Future of Together”, che potremmo tradurre come “il futuro dello stare insieme”. Perché questo tema è particolarmente rilevante oggi?

«Questo tema - risponde Lee - è nato dalle condizioni del mondo che ci circonda. Già l’anno scorso stavamo vivendo una crescente sensazione di polarizzazione e crisi sociale. Quest’anno, con diversi conflitti in corso nel mondo, con una crescente divisione tra Paesi e con la difficoltà sempre maggiore di riunire persone provenienti da luoghi diversi, la questione dello stare insieme è diventata ancora più urgente. Un festival cinematografico è fondamentalmente un’esperienza di incontro tra persone nello stesso spazio fisico. Locarno stesso diventa un luogo in cui culture, lingue e prospettive differenti possono incontrarsi. Tuttavia oggi anche la possibilità di creare occasioni di incontro e partecipazione condivisa sta diventando più complessa – e l’intelligenza artificiale (AI) rende questa domanda ancora più rilevante». 

Concretamente, quali prospettive verranno affrontate negli incontri dedicati a “The Future of Together”?

«Abbiamo identificato tre dimensioni. La prima riguarda lo stare insieme a livello globale e ambientale. Il cambiamento climatico è uno degli esempi più evidenti di come il nostro futuro sia interconnesso. Anche qui a Locarno sperimentiamo sempre più spesso temperature estreme. Quando le estati diventano più calde e gli spazi pubblici diventano più difficili da vivere, dobbiamo chiederci: in che modo l’ambiente influenza la nostra possibilità di stare insieme? La seconda dimensione riguarda le identità frammentate. Oggi gli individui abitano spesso molteplici identità contemporaneamente: culturali, professionali, digitali e personali. Dobbiamo riflettere sul fatto se ci consideriamo identità singole, oppure combinazioni complesse di esperienze diverse. Comprendere la nostra stessa complessità può aiutarci a comprendere quella degli altri. La terza dimensione ha a che fare con l’archivio e la memoria. Il cinema è sempre stato legato alla conservazione e alla reinterpretazione del passato. L’intelligenza artificiale introduce nuove domande, perché questi sistemi utilizzano enormi archivi di immagini e materiali culturali per creare nuovi contenuti. È dunque centrale riflettere su come la tecnologia possa aiutarci a confrontarci con la memoria, rispettando allo stesso tempo il valore culturale dei materiali da cui questi sistemi apprendono».

A proposito di AI, cultura e creatività, pensa che l’intelligenza artificiale stia ampliando, oppure radicalmente cambiando, il nostro modo di definire cosa significhi essere “autore di un’opera”?

«La narrazione promossa dalle aziende che sviluppano l’AI è che questi strumenti rendano la creatività e l’espressione artistica più accessibili. L’idea è che chiunque possa semplicemente scrivere un prompt (dare una serie di istruzioni al computer, ndr) e trasformare la propria immaginazione in un’illustrazione, un video o un’altra forma di opera creativa. Questo fa parte della retorica di emancipazione che circonda l’intelligenza artificiale. Tuttavia, penso che dobbiamo mettere in discussione cosa intendiamo per autorialità. Se l’autorialità riguarda l’espressione di una visione del mondo, allora richiede molto più che produrre un risultato attraverso un prompt. Richiede esperienza, riflessione, una prospettiva personale e un coinvolgimento più profondo con la realtà.
Il rischio è che l’AI renda possibile produrre enormi quantità di contenuti molto rapidamente e a basso costo. Nell’attuale economia dell’attenzione, dove le piattaforme premiano la velocità e la visibilità, questo può portare alla proliferazione di materiale superficiale, quello che viene spesso definito “AI slop”. Ma creare qualcosa di significativo con l’AI non è necessariamente semplice. Richiede molte iterazioni, un continuo processo di perfezionamento e una forte comprensione di ciò che si vuole comunicare. La differenza, quindi, non sta soltanto nello strumento utilizzato, ma nella capacità di sviluppare un’intenzione e una visione riconoscibili».

Come si comunica tutto questo ai giovani cresciuti con le tecnologie digitali? Nel suo lavoro di docente e educatore, quali sono le principali sfide che osserva quando discute di AI con le nuove generazioni?

«Gli studenti stanno vivendo un rapporto molto complesso con l’intelligenza artificiale. Da un lato, vedono l’AI come qualcosa che appartiene alla loro generazione. Sentono di poter comprendere e adottare questi strumenti forse più naturalmente rispetto alle generazioni precedenti. Allo stesso tempo, esiste una forte ansia. Si chiedono se l’AI diventerà una risorsa che li aiuterà, oppure una tecnologia che li sostituirà. Questo è particolarmente evidente quando pensano al mercato del lavoro e al futuro delle professioni creative. Se alcune attività possono essere automatizzate, quali opportunità rimarranno per loro? Come docente, penso che la mia responsabilità sia confrontarmi con entrambi gli aspetti della questione. Non rifiuto l’AI, perché ormai fa parte del nostro ambiente culturale e professionale. Ma allo stesso tempo non credo che debba essere adottata senza una riflessione critica. Anche perché, nella mia esperienza, ho notato che gli utilizzi più stimolanti emergono quando gli strumenti di AI vengono messi alla prova, se ne comprendono i limiti e sono integrati nelle produzioni (artistiche ma non solo) senza rinunciare al ragionamento umano».

Tra l’altro, e proprio in riferimento alla necessità che l’AI non cancelli l’autenticità personale, non appiattisca la voce individuale, lei da alcuni anni usa nei suoi esami universitari il modello del video essay…

Sì, si tratta di un ambito di ricerca del quale mi occupo con grande interesse: come il linguaggio audiovisivo può essere utilizzato per fare ricerca, produrre conoscenza e condividere idee. Ho notato che il formato audiovisivo permette ai miei studenti di sviluppare una maggiore presenza personale e una relazione più diretta con il pubblico. Tuttavia, emerge anche una nuova contraddizione. Quando parlano inglese, a volte gli studenti utilizzano espressioni che non sembrano realmente appartenere al loro modo naturale di comunicare. Riesco spesso a percepire che hanno utilizzato ChatGPT o Claude per scrivere il copione del video. Insomma, da una parte, gli studenti appaiono più professionali, più sicuri e capaci di produrre lavori molto curati. Dall’altra parte, però, a volte si ha la sensazione che sia il chatbot a parlare attraverso di loro, quasi come se diventassero dei portavoce di un linguaggio generato artificialmente. La sfida educativa, quindi, è capire come utilizzare questi strumenti senza perdere l’elemento più importante: la voce individuale dello studente, la sua capacità di esprimere il proprio punto di vista personale e una relazione autentica con ciò che comunica».

Per concludere, e tornando a The Future of Together: come possiamo, in generale, costruire un rapporto con l’intelligenza artificiale che preservi la nostra autenticità, la nostra creatività e il nostro senso di comunità?

Come ho detto, la questione centrale non è soltanto cosa l’intelligenza artificiale sia in grado di fare, ma quale ruolo e quale autorità siamo disposti ad attribuirle. L’AI viene sempre più spesso utilizzata per offrire risposte, suggerimenti e soluzioni, non solo in ambito professionale, ma anche nella vita quotidiana. Questo ci porta a interrogarci su come il suo utilizzo stia modificando il nostro rapporto con concetti fondamentali come fiducia, responsabilità e comunicazione. Pensiamo, ad esempio, alla scrittura: quando riceviamo un’email realizzata con l’aiuto dell’AI, la consideriamo meno autentica perché una parte del processo è stata delegata a una macchina, oppure la interpretiamo come un tentativo di comunicare in modo più chiaro ed efficace? Non esiste una risposta semplice, ma queste domande diventeranno sempre più centrali nelle nostre relazioni. L’intelligenza artificiale non appartiene più soltanto ai grandi centri tecnologici; sta entrando in ecosistemi culturali ed economici differenti. La questione che mi pongo nella mia ricerca e che vogliamo discutere nel contesto del ciclo di conferenze del Locarno Film Festival non è stabilire se utilizzare o meno l’intelligenza artificiale, ma comprendere quali valori vogliamo mantenere al centro del suo utilizzo».