Bellinzona

Garattini: è ora che la Ricerca biomedica dedichi molte più
risorse alla prevenzione

Sabato 9 maggio 2026 ca. 9 min. di lettura
Silvio Garattini nei laboratori dell’Istituto Mario Negri di Milano (© Getty Images - Mondadori Portfolio)
Silvio Garattini nei laboratori dell’Istituto Mario Negri di Milano (© Getty Images - Mondadori Portfolio)
 

Il farmacologo di fama internazionale sarà il protagonista della Castelgrande Lecture, organizzata il 12 maggio da Bios+. L’aumento della vita media, dice, deve andare di pari passo con più anni in buona salute
di Asia Della Bruna

Silvio Garattini, 97 anni, è una delle voci più autorevoli della ricerca biomedica, ma anche una figura che da decenni porta il dibattito scientifico fuori dai laboratori, interrogando il rapporto tra salute e responsabilità collettiva.
Oncologo, farmacologo di fama internazionale e fondatore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano, Garattini ha attraversato sette decenni di ricerca mantenendo una posizione spesso controcorrente: difendere l’indipendenza della scienza, criticando i meccanismi che regolano il mercato del farmaco e riportando la prevenzione al centro della medicina.
È da questa prospettiva che prende forma la sua partecipazione alla Castelgrande Lecture 2026, in programma martedì 12 maggio, ore 17, nella Sala Arsenale (del Castel Grande, appunto, a Bellinzona). L’iniziativa, promossa da Bios+ (l’associazione che riunisce l’Istituto Oncologico di Ricerca e l’Istituto di Ricerca in Biomedicina, entrambi affiliati all’Università della Svizzera italiana), ospiterà la sua conferenza dal titolo “Prevenzione è rivoluzione”. Una formula che sintetizza bene il cuore del pensiero di Garattini: l’idea, cioè, che la medicina contemporanea abbia investito enormemente nella cura, molto meno nell’evitare che le persone si ammalino. Per Garattini, infatti, la prevenzione riguarda, sì, la salute individuale, ma anche il modo in cui una società decide le proprie priorità, e guarda al proprio futuro.

In vista dell’incontro di Bellinzona, abbiamo parlato con lui di ciò che da anni attraversa il suo lavoro e il suo pensiero.

Il Ticino ha una delle speranze di vita più alte d’Europa, e il tema della longevità è ormai diventato un filo conduttore della ricerca scientifica sul territorio. Lei sostiene che la prevenzione dovrebbe avere un ruolo molto più centrale della cura. Se oggi viviamo più a lungo, secondo lei stiamo anche imparando a vivere meglio?

«In Italia - risponde Garattini - abbiamo un’aspettativa di vita alta, e la Svizzera è sulla stessa linea. Però il vero problema è che la durata della vita non coincide con la durata della vita sana. La vita media è di circa 83 anni, ma la vita sana si ferma spesso intorno ai 65. Questo significa, per molte persone, quasi vent’anni segnati da malattie, cattiva qualità della vita. Ed è questo il punto: non basta vivere più a lungo, bisogna vivere più a lungo restando sani.
In Italia, ad esempio, abbiamo quattro milioni e mezzo di diabetici. Il diabete di tipo 2 è una malattia per certi aspetti evitabile, perché è legata in molti casi a sovrappeso, cattiva alimentazione e sedentarietà. Anche il 40% dei tumori sarebbe evitabile, con un’alimentazione e abitudini di vita adeguate. Eppure continuiamo ad avere milioni di fumatori, oltre al problema dell’alcol e dell’eccesso di carni rosse e salumi. Sono tutte cose che conosciamo, ma rispetto alle quali non facciamo abbastanza, e per questo serve un grande cambiamento culturale: passare dalle cure, intorno alle quali si è creato un enorme mercato, alla prevenzione. Certo, la prevenzione è il più grande ostacolo al mercato, ma è anche un atto di solidarietà. Perché se io prevengo le malattie evitabili, uso meno farmaci, occupo meno risorse del Servizio Sanitario Nazionale o delle Casse malati, e lascio più spazio a chi soffre di malattie che non possono essere prevenute».

Lei è stato direttore, ed è poi diventato presidente, dell’Istituto di Ricerca Farmacologica Mario Negri, a Milano, che è nato in anni molto particolari. Come si è formato il giovane Garattini, e quale idea di medicina avevate quando avete creato l’Istituto? 

«Quello che noi abbiamo cercato di fare al Mario Negri è stato seguire due principi fondamentali. Il primo è l’indipendenza: dalla politica, dai partiti, dalla finanza, dall’industria, dalle ideologie. La ricerca deve essere libera. Il secondo, al primo inevitabilmente legato, è pubblicare sempre tutti i dati, positivi o negativi che siano.
Anche quando lavoriamo con l’industria, accettiamo le collaborazioni solo se alle nostre condizioni, alle nostre regole. E siamo una delle pochissime organizzazioni che non brevetta i risultati positivi delle proprie ricerche, proprio per evitare monopoli.
Io sono prima di tutto perito chimico, ed è il titolo a cui sono più affezionato. A Bergamo, dove sono nato, ho imparato davvero il lavoro di laboratorio, l’analisi e il rigore nei risultati. Poi mi sono iscritto a Medicina e, durante il quarto anno, sono entrato nel laboratorio dell’Istituto di Farmacologia. Ero uno dei pochi studenti che sapessero già lavorare in laboratorio, e questo mi ha permesso di pubblicare fin da subito studi molto originali per l’epoca: misuravo la quantità dei farmaci nei tessuti e nel sangue dei pazienti. Parliamo degli anni Cinquanta. Erano studi d’avanguardia, allora, e questo mi ha permesso una carriera molto rapida».

E a quel punto nasce l’idea di costruire una ricerca diversa da quella universitaria tradizionale?

«Vivendo dentro l’università, avevo visto tutti i limiti del sistema accademico italiano. Così è maturata in me l’idea di creare una fondazione indipendente. Per questo andai negli Stati Uniti, dove mi trovai di fronte a una ricerca biomedica fatta a tempo pieno, con fondazioni dotate di laboratori propri. Era un modello molto diverso rispetto a quello dell’Italia e di altri Paesi europei, ed è quello che ho provato a realizzare al mio ritorno.
Per diversi anni ho cercato chi credesse nella mia idea di ricerca, finché ho incontrato Mario Negri (uno dei più importanti gioiellieri di Milano, specializzato nella lavorazione di metalli preziosi, ndr), che ha preso sul serio le mie proposte. Alla sua morte, nel 1960, ha lasciato una cospicua parte del suo patrimonio per la creazione di un istituto di ricerche farmacologiche indipendente, di cui io sarei stato il direttore.
All’inizio eravamo circa venti persone, oggi siamo circa settecento. Ma non è stato facile. L’università ci osteggiò molto, perché voleva che portassimo i fondi del Mario Negri al suo interno. Mi offrirono cattedre di tutti i tipi pur di farmi restare, ma io avevo promesso a Mario Negri che avrei costruito un istituto indipendente.
Per almeno dieci anni siamo stati completamente ignorati dagli enti che finanziavano la ricerca. Ma il punto fondamentale era proprio questo: una ricerca libera e indipendente, non vincolata agli interessi economici. La ricerca, se vuole essere davvero ricerca, deve essere libera».

Lei ha detto spesso che nel mercato del farmaco le persone che prescrivono, quelle che consumano e quelle che pagano non coincidono, alterando così gli equilibri rispetto a un mercato normale. Se poi anche la formazione e l’informazione medica dipendono spesso dagli stessi soggetti economici, quanto è difficile oggi mantenere davvero indipendente la medicina?

«Certo, esattamente. E questo facilita molto il mercato. C’è anche un’altra ragione, spesso ignorata almeno a livello europeo. I nuovi farmaci vengono approvati sulla base di tre criteri: qualità, efficacia e sicurezza; e questo va bene, però non viene richiesto il confronto con i farmaci già esistenti per la stessa indicazione terapeutica. Quindi ogni industria può dire: “Il mio è il farmaco migliore”, senza poter essere davvero contraddetta».

Lei sostiene che molte malattie dipendano dai comportamenti. Ma allora perché continuiamo a costruire abitudini che sappiamo essere dannose, spesso già da giovanissimi?

«In molti casi questo dipende da fattori iniziali che vengono poco considerati. Oggi, ad esempio, abbiamo ragazzi anche di undici anni che cominciano a fumare, perché all’inizio si pensa: “Fumo qualche sigaretta e non succede niente”. Ma poi, senza una vera consapevolezza, si entra nella dipendenza dalla nicotina, e diventa difficile uscirne. Il problema fondamentale è  proprio a monte, è quello di non entrare nella dipendenza.
E questo vale per il fumo, per l’alcol, per le droghe, per il gioco d’azzardo e perfino per lo smartphone. Il problema è che c’è poca informazione quando si è ancora molto giovani, e purtroppo le dipendenze cominciano nell’adolescenza, quando ancora non si comprende che certi comportamenti renderanno poi difficile smettere.
Per questo a scuola si dovrebbe insegnare molto di più tutto ciò che riguarda la salute. Noi, come Istituto Mario Negri, sosteniamo la necessità di avere almeno un’ora alla settimana dedicata alla salute in ogni classe, da affidare a persone preparate per insegnare ai ragazzi come mantenere la salute».

È possibile che l’essere umano sia un animale così profondamente sociale da mettere, a volte, appartenenza, abitudini o riconoscimento del gruppo persino sopra la salvaguardia del proprio corpo?

«Certamente, quello è un altro fattore. Anch’io l’ho sperimentato negli anni Quaranta, quando i giovani tornavano dal fronte e rientravano a scuola. Fumavano quasi tutti, perché durante la guerra avevano ricevuto le sigarette in omaggio dallo Stato. E quando ti offrivano una sigaretta e tu dicevi: “No, io non fumo”, la risposta era quasi sempre: “Allora sei ancora un bambino”. E magari ti dicevano: “Noi andiamo al cinema. Tu no, perché non fumi.” Quindi sì, c’era un fortissimo senso di appartenenza.
E oggi qualcosa di simile succede con la cannabis e con altre sostanze. Spesso si entra in certi gruppi proprio attraverso questi comportamenti. Questo senso di appartenenza molto spesso è una delle cause della dipendenza».

Forse oggi c’è anche una percezione diversa della responsabilità, e forse manca anche un’educazione alla volontà e al futuro?

«Che cosa si fa oggi, in famiglia, per aiutare i ragazzi a esercitare la volontà? Io non potrò mai ringraziare abbastanza mio padre per l’educazione che mi ha dato. Basterebbe abituare i bambini molto presto a rimandare il desiderio immediato: ti do un cioccolatino, ma lo mangi più tardi; il giocattolo lo compriamo, ma ci giochi dalla prossima settimana.
Sono piccoli esercizi che educano alla volontà. E se sei educato alla volontà, hai anche più capacità di liberarti dalle dipendenze».

Più la scienza entra nei meccanismi profondi della vita, dal genoma all’ingegneria genetica, più sembra sfiorare domande che per secoli sono appartenute alla filosofia o alla religione. Dopo una vita nella ricerca, come vede oggi il rapporto tra scienza e fede?

«La scienza e la fede sono due tipi di conoscenza che non hanno contatti. La scienza cerca le prove, la religione invece è basata sulla fede, sulla convinzione personale, sulla grazia. Però hanno la possibilità di “sinergizzare”, perché entrambe si occupano di lenire la sofferenza.
La religione è stata la prima a creare gli ospedali, e anche la scienza lavora continuamente per ridurre la sofferenza umana. Papa Francesco si è impegnato molto anche sui temi della sostenibilità ambientale, per preservare il pianeta, inteso come luogo creato da Dio, ma anche la scienza vuole proteggere il pianeta, nell’interesse della vivibilità umana. È quindi possibile capire quanto esista un interesse comune.
E secondo me ciò che accomuna davvero scienza e religione è il principio evangelico: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Se facciamo agli altri quello che vorremmo fosse fatto a noi stessi, rispondiamo sia alle esigenze della scienza, sia a quelle della religione».