formazione

Quando le terapie studiate
(quasi soltanto) sugli uomini
non vanno bene per le donne

Lunedì 8 settembre 2025 ca. 5 min. di lettura
Anche in Ticino sta crescendo l’attenzione per la “medicina di genere” (foto di Chiara Micci/Garbani)
Anche in Ticino sta crescendo l’attenzione per la “medicina di genere” (foto di Chiara Micci/Garbani)
 

All’Auditorium del Suglio Business Center di Manno un convegno, il 9 settembre, organizzato dalla SUPSI. In Ticino, a differenza dei cantoni tedeschi e francesi, la medicina di genere è ancora poco diffusa
di Valeria Camia

Il primo passo, si dice, è ammettere di avere un problema. In medicina, quel problema è stato a lungo l’idea che la stessa terapia potesse andare bene a tutti, uomini e donne. Per decenni, insomma, il corpo maschile è stato considerato lo standard nella ricerca, nella diagnosi e nei trattamenti, con conseguenze visibili, per chi le vuole vedere: dalla sotto-rappresentazione femminile nelle sperimentazioni cliniche, alla risposta ai farmaci che varia significativamente tra i sessi, fino alle diagnosi tardive per malattie, come quelle cardiovascolari, che si presentano con sintomi anche molto diversi, fra uomini e donne.
Oggi, però, le cose stanno cambiando, grazie alla “medicina di genere”, che sta spingendo il sistema sanitario a ripensare in che modo il sesso e il genere influenzino la salute. Il tema, importante e attuale, sarà al centro del convegno intitolato proprio “Medicina di genere: comprendere le diversità per curare meglio”, in programma il 9 settembre 2025, con inizio alle 9 presso l’Auditorium del Suglio Business Center di Manno, e la presenza di relatrici docenti e dottoresse attive sul territorio cantonale, nazionale ed europeo. 

L’urgenza è chiara: mentre nelle regioni linguistiche tedesche e francofone esistono corsi di formazione continua sulle tematiche della medicina di genere, «in Canton Ticino, la giornata del 9 settembre rappresenta un primo passo concreto per sensibilizzare i professionisti sanitari (docenti, ricercatori e clinici) sull’importanza di integrare genere e sesso nella formazione e nella pratica quotidiana - spiega Tiziana Sala Defilippis, ricercatrice senior presso il Dipartimento economia aziendale, sanità e sociale della SUPSI e co-organizzatrice dell’evento. - Diversamente da quello che si può pensare, la medicina di genere non è solo “medicina delle donne”, ma uno strumento per comprendere come le differenze biologiche e socio-culturali incidano su diagnosi e terapie. Anche gli uomini, infatti, possono essere penalizzati quando le specificità di sesso e genere non vengono considerate». E questo perché il sesso ha a che fare con cromosomi, ormoni e anatomia, mentre il genere comprende ruoli sociali, comportamenti ed aspettative culturali: «Due dimensioni - dice Tiziana Sala Defilippis - che interagiscono continuamente e che, insieme, plasmano la salute di tutti».

UN LUNGO CAMMINO - Nella Svizzera italiana, si diceva, siamo ancora indietro. «I profili di competenze delle scuole universitarie professionali a indirizzo sanitario - continua la ricercatrice - non menzionano esplicitamente la necessità di considerare sesso e genere nella pratica clinica, nonostante le evidenze scientifiche dimostrino quanto questi fattori influenzino salute e malattia». Partendo da questa constatazione, la SUPSI ha già partecipato attivamente a un progetto di ricerca applicata con lo scopo di valutare l’integrazione di sesso e genere nei curricula sanitari, e sviluppare materiale didattico specifico basandosi sugli obiettivi formativi elaborati secondo standard statunitensi. «Un passo importante è stata la creazione della Swiss Society for Gender Health (SSGH) - spiega Tiziana Sala Defilippis - un’associazione che promuove la sensibilizzazione accademica inter-professionale su questi temi. Questo network rappresenta un punto di svolta, perché riunisce professionisti sanitari di diverse discipline, con l’obiettivo comune di integrare le considerazioni di sesso e genere nella formazione e nella pratica». È anche attiva la piattaforma GEMS (Gender Education in Medicine for Switzerland), che mette a disposizione di tutti i docenti affiliati a università e scuole universitarie materiale didattico sviluppato in altri atenei condividendo risorse e competenze. «In futuro - continua la docente - la piattaforma intende aprirsi a ulteriori professioni sanitarie. Attualmente, infatti, non esistono ancora moduli dedicati sistematicamente alla medicina di genere nelle professioni sanitarie non mediche».

PREVENZIONE, DIAGNOSI, RIABILITAZIONE - Proprio anche a supporto di questa dimensione inter-professionale e interdisciplinare, la giornata di formazione prevista il 9 settembre coinvolge diverse specialità, in quanto «ogni professione - spiega Sala Defilippis - porta una prospettiva unica, ma complementare, nell’intero processo di cura: dalla prevenzione alla diagnosi, dalla presa in cura alla terapia fino alla riabilitazione. Ogni fase richiede competenze diverse e complementari, e in ogni fase il sesso e il genere giocano un ruolo cruciale. Facciamo qualche esempio: nella prevenzione, l’infermiere deve sapere che i fattori di rischio cardiovascolare non si manifestano allo stesso modo in uomini e donne, mentre nella diagnosi è fondamentale riconoscere sintomi atipici dell’infarto nelle donne (tutto questo può fare la differenza tra vita e morte). Durante la fisioterapia, poi, l’operatore deve considerare le differenze biomeccaniche e ormonali che influenzano la risposta ai trattamenti. Nella riabilitazione, infine, l’ergoterapista deve valutare come i ruoli di genere impattano sul ritorno alle attività quotidiane e lavorative.
Per Sala Defilippis «affrontare questa complessità richiede che tutti i professionisti parlino lo stesso linguaggio. Non possiamo permetterci approcci frammentati quando la salute del paziente dipende dalla capacità del team di riconoscere e rispondere alle specificità legate a sesso e genere in modo coordinato. Come professionisti sanitari - conclude Sala Defilippis - abbiamo un contratto sociale: garantire cure giuste e appropriate a tutti. È una questione di giustizia sociale, che deve però trovare risposta nel lavoro tanto del singolo operatore sanitario quanto della politica, delle istituzioni sanitarie e dei centri di formazione presenti sul territorio. Per questo serve un cambiamento culturale profondo, che tocca educazione, ricerca e pratica clinica. Ma è un cambiamento imprescindibile se vogliamo offrire cure realmente eque e personalizzate».