Premio Möbius

Quando l’intelligenza artificiale
si mette tra noi e il sapere

Sabato 3 ottobre 2026 ca. 7 min. di lettura

di Asia Della Bruna

Massimo Bray, direttore generale dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani (foto di Eugenio Celesti)
Massimo Bray, direttore generale dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani (foto di Eugenio Celesti)

Chi organizza oggi il nostro accesso alla conoscenza, se a mediare tra una domanda e la sua risposta sono sempre più spesso algoritmi e intelligenze artificiali? E quanto spazio siamo disposti a lasciare a questi strumenti nel modo in cui ci informiamo, costruiamo le nostre opinioni e interpretiamo la realtà? Sono gli interrogativi al centro della trentesima edizione del Premio Möbius, tenutasi a Lugano dall’1 al 3 ottobre con il titolo La mente contesa, dedicata alle trasformazioni che l’intelligenza artificiale sta producendo nel nostro rapporto con l’informazione e la conoscenza.

Un tema che attraversa anche le ricerche di Walter Quattrociocchi, professore ordinario di Informatica alla Sapienza Università di Roma, a cui è stato assegnato il Grand Prix Möbius 2026 per l’intelligenza artificiale, in riconoscimento dei suoi studi sulle dinamiche dell’informazione online, dalle echo chamber alla disinformazione e alla polarizzazione. Il Premio speciale del trentennale è andato invece ad Andreas Gysin e Sidi Vanetti, per un percorso artistico che esplora il rapporto tra arte e tecnologia.

L’INFORMAZIONE ENCICLOPEDICA - A confrontarsi con questi interrogativi è stato anche Massimo Bray, direttore generale dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, che abbiamo intervistato a margine del Möbius. Durante la sua conferenza nell’aula magna dell’Università della Svizzera italiana (che ha ospitato la maggior parte degli eventi legati al Premio), Bray ha ricordato di aver partecipato alla manifestazione già nei suoi primi anni. Nel 1996 Treccani venne premiata al Möbius per il suo primo vocabolario multimediale. Trent’anni dopo, la sfida è capire che cosa accade quando tra noi e il sapere si inserisce l’intelligenza artificiale.

Per decenni la «grande Treccani», con i suoi volumi a occupare intere librerie, è stata anche il simbolo fisico di un certo modo di organizzare e trasmettere il sapere. Oggi quel sapere passa sempre più attraverso il digitale e l’intelligenza artificiale. Che cosa significa, in questo nuovo scenario, essere un’enciclopedia?

«La presenza di Treccani nel digitale risale al 1995 - risponde Bray. - Quindi il tema di come trasferire nel digitale una conoscenza che prima era affidata alla carta ce lo poniamo da molti anni. In questo passaggio abbiamo cercato di tenere fermi alcuni principi: l’affidabilità delle fonti, la certezza delle informazioni che mettiamo a disposizione e la competenza di chi cura i diversi settori. L’enciclopedia è un modo di costruire e organizzare il sapere, che deve rispondere tanto alla necessità di approfondire un tema di ricerca quanto alla curiosità di un utente. Per farlo occorre offrire una base solida, fondata su fonti affidabili, e allo stesso tempo essere capaci di trasferire questa conoscenza in un linguaggio che non è più soltanto quello della carta, ma anche quello digitale».

Nel suo intervento al Möbius ha sintetizzato questa trasformazione con una frase: "Prima cercavamo la fonte, oggi chiediamo una risposta"…

«Siamo ormai abituati a fare una domanda e a ricevere una risposta che ci viene presentata come certa, coerente e linguisticamente convincente, ma della quale spesso non vediamo chiaramente le fonti. Possiamo naturalmente discutere sulla certezza di quella risposta, ed è proprio qui che si apre quella che considero una nuova frontiera della post-verità. Per un’istituzione come Treccani diventa quindi ancora più importante continuare a certificare il sapere, rendendo riconoscibili le fonti e mantenendo al centro il processo di verifica e la responsabilità editoriale».

C’è però un paradosso: l’intelligenza artificiale ha bisogno di contenuti autorevoli per produrre le proprie risposte, ma nel rielaborarli può rendere meno visibili le fonti e gli autori da cui attinge. Come si può evitare che finisca per indebolire proprio l’ecosistema della conoscenza da cui dipende?

«Gran parte delle norme introdotte in Italia e in Europa va proprio nella direzione di tutelare il diritto d’autore e la creatività, anche per evitare che le principali piattaforme di intelligenza artificiale, alla ricerca di fonti affidabili e attendibili per allenare i propri modelli, possano utilizzare contenuti protetti da diritti, appunto, ma senza dichiararlo. Al di là delle norme, comunque, sarebbe necessario un vero rispetto per il valore della creatività e per le professionalità che contribuiscono a produrre quella conoscenza, insieme alla massima trasparenza possibile da parte di chi la utilizza».

Quanto riguarda direttamente Treccani questo problema?

«Nei primi otto mesi di quest’anno abbiamo registrato circa 30 milioni di citazioni del dominio Treccani.it nelle risposte generate dall’intelligenza artificiale. È un dato che pone inevitabilmente la questione di come vengano utilizzati i nostri contenuti, dietro ai quali ci sono diritto d’autore, creatività e lavoro editoriale. Per questo abbiamo scelto di rivolgerci alle piattaforme e di aprire un confronto sulle modalità con cui questi contenuti vengono utilizzati. Non credo, però, che la soluzione sia impedire alle intelligenze artificiali di accedervi. Personalmente, sono favorevole a permetterlo e credo che questa sia anche la posizione di Treccani. È necessario, piuttosto, capire a quali condizioni debba avvenire e quale modello economico possa garantire il valore del lavoro che sta alla base di quei contenuti».

E che cosa succede, allora, al concetto di autore?

«Almeno per quanto riguarda Treccani, l’autore o l’autrice rimangono uno dei principali punti di forza. Nel lavoro che facciamo quotidianamente per arricchire questo grande archivio di contenuti (testuali, immagini e oggi anche video) resta fondamentale la selezione di figure che abbiano autorevolezza nello scrivere di un particolare tema. Se ancora oggi oltre 600mila utenti utilizzano ogni giorno il portale Treccani, è perché sanno che una determinata conoscenza è stata studiata e affidata a una persona che ha competenza in quella materia».

L’autorevolezza, però, ha un costo: produrre contenuti verificati, affidabili e aggiornati richiede lavoro e competenze. Come si rende economicamente sostenibile tutto questo in un mondo abituato a trovare gratuitamente le informazioni online?

«È uno dei grandi problemi: fare in modo che il lavoro di tutte le persone che partecipano alla creazione di contenuti affidabili sia compensato, perché è giusto che il lavoro culturale abbia un riscontro economico, e allo stesso tempo trovare un equilibrio che permetta di mettere a disposizione degli utenti una conoscenza affidabile. Treccani ragiona da tempo sulla possibilità di creare percorsi di approfondimento riservati, attraverso un abbonamento, agli utenti che vogliono approfondire e seguire percorsi di significato all’interno della nostra base dati, mantenendo invece gratuita quella parte che risponde alla nostra missione. Penso, per esempio, alla base dati della lingua italiana o a una grande parte del nostro archivio delle biografie degli italiani. Spero si possa trovare un giusto equilibrio, capace di premiare lo sforzo che facciamo ogni giorno per tenere vivo un modo di lavorare riconosciuto per la sua affidabilità e attendibilità e mettere questi contenuti a disposizione di utenti che ricercano la qualità».

Come sta utilizzando concretamente Treccani l’intelligenza artificiale?

«Abbiamo un prototipo che si chiama Sofia, un assistente con il quale si può conversare e che formula le proprie risposte esclusivamente a partire dal database Treccani. Parliamo di oltre tre milioni di contenuti. È un modo per valorizzare questo patrimonio e metterlo a disposizione degli utenti, e quello che osserviamo è che, proprio perché attinge soltanto ai nostri contenuti, la risposta di Sofia è differente, anche dal punto di vista della costruzione linguistica, da quella che vediamo sulle altre piattaforme. È un prototipo che contiamo di rilasciare presto».

E dove, invece, l’intervento umano deve restare insostituibile?

«Ci sono ambiti nei quali il controllo umano resta fondamentale. Un esempio è la traduzione: stiamo sperimentando la traduzione di alcune parti del nostro archivio, ma abbiamo scelto di non affidarci soltanto a sistemi automatici e di far verificare il risultato da redattori competenti. Una traduzione affidata ai meccanismi di un algoritmo, per quanto raffinati, non potrà mai essere qualitativamente paragonabile a una nella quale c’è stato l’impegno dell’uomo. Più in generale, credo che i mestieri creativi non siano sostituibili».