Carriere emergenti

Da un continente all’altro,
con tenacia (e pazienza): ecco
la vita dei giovani ricercatori

Lunedì 6 luglio 2026 ca. 11 min. di lettura
Da sinistra, Manuel Colucci, Jonas Van Lent e Lisa Pavinato nel centro storico di Bellinzona (foto di Marian Duven)
Da sinistra, Manuel Colucci, Jonas Van Lent e Lisa Pavinato nel centro storico di Bellinzona (foto di Marian Duven)
 

I racconti di Jonas, Lisa, Manuel e Ping, che dall’Olanda, dalla Cina e dall’Italia sono approdati in Ticino, all’Istituto Oncologico di Ricerca: soltanto una tappa di un percorso che li porterà anche in altri Paesi
di Asia Della Bruna

Le luci del laboratorio sono accese quando fuori è già buio. O ancora buio. Sui banchi, file di provette, schermi illuminati, appunti sparsi, alcuni lasciati a metà. Qualcuno lavora, qualcun altro è già uscito. Qualcuno deve ancora arrivare.
Fuori dalle finestre, Bellinzona ha il silenzio delle ore di confine. Le strade sono vuote, le montagne chiudono l’orizzonte. Poco più di 45mila abitanti, un centro che si attraversa a piedi in pochi minuti, lontano dai grandi flussi delle metropoli internazionali.
Dentro l’Istituto Oncologico di Ricerca (IOR), affiliato all’Università della Svizzera italiana, il tempo segue un ritmo diverso da quello della città che lo ospita, più lento, ma anche più frenetico, fatto di tentativi, attese e verifiche continue. 

Fare ricerca, per un giovane, significa lavorare a lungo su domande che non hanno ancora risposta, accettare l’errore come parte del percorso e convivere con un futuro incerto, sapendo che se entro i quarant’anni non si riesce a diventare group leader (ed è difficilissimo) bisogna in molti casi cambiare attività. Eppure, un gran numero di ragazzi e ragazze continua ad avviarsi ugualmente lungo questa direzione.
Allo IOR lavorano circa 130 persone di varia età (ma soprattutto giovani), provenienti da oltre 15 nazioni diverse. La lingua di lavoro è l’inglese, ma nei corridoi e nei momenti informali si mescolano accenti e parole di ogni provenienza.
C’è chi arriva dall’Australia con il ritmo invertito delle stagioni, chi dalla Cina con anni di formazione rigorosa alle spalle. Ma anche Cuba, India, Iran, Stati Uniti, Inghilterra, Germania, Francia, Spagna, Slovenia, Belgio, Italia. Nominarli è un modo per restituire la misura di questa comunità. Chi scopre la ricerca quasi per caso, chi cambia direzione durante gli studi, chi decide di partire dopo anni nello stesso laboratorio.

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Le storie di Jonas, Lisa, Manuel e Ping seguono traiettorie diverse, ma finiscono per convergere nello stesso luogo. Seguirle significa entrare, almeno in parte, nella quotidianità dei biologi/chimici/medici dello IOR, nel palazzo di via Francesco Chiesa 5 (dove lavorano anche i colleghi dell’Istituto di Ricerca in Biomedicina-IRB e dell’Istituto di Ricerca Traslazionale-IRT),  e osservare cosa significa fare ricerca, al di là del laboratorio.

COME SI DIVENTA RICERCATORI - Per Jonas Van Lent, cresciuto in Belgio, l’interesse per la biologia nasce presto, da una curiosità per la natura che lo accompagna fin da bambino. La direzione del suo percorso si definisce però solo più tardi: «Quando mia nonna si è ammalata di Alzheimer - racconta - mi sono avvicinato alle neuroscienze». Decide così di specializzarsi in biochimica con indirizzo neuroscientifico, iniziando a lavorare sul sistema nervoso periferico durante il tirocinio all’Università di Anversa. «Da allora è sempre rimasto al centro del mio lavoro».
Dopo il dottorato, la ricerca di nuove opportunità lo porta a Bellinzona: «Ho visto un annuncio su Twitter e tutto è iniziato da lì». Durante la prima visita in Ticino capisce subito di aver trovato il posto giusto: «Era l’ambiente che cercavo, sia scientificamente sia umanamente».

Lisa Pavinato, 31 anni, originaria di Torino, è oggi ricercatrice post-doc. «È stato un percorso tortuoso», dice, iniziato senza riferimenti nel mondo scientifico e dopo una formazione scolastica lontana dalla ricerca. La passione nasce durante il primo tirocinio in Biotecnologie: «Mi sono resa conto subito - ricorda - che il laboratorio era il mio posto, tanto che ho prolungato il tirocinio ben oltre le ore previste».
Dalla laurea al dottorato in Genetica Medica tra Torino e Colonia, il suo interesse si consolida. Nel 2023 approda allo IOR per un’internship decisiva: «Ho conosciuto un ambiente stimolante e un gruppo con cui è nato subito un forte legame scientifico». Dopo un breve rientro in Italia, torna nel 2024, dove oggi studia cellule staminali e biologia cellulare: «Quella sensazione dei primi giorni in laboratorio non mi ha mai lasciata».

IL RITMO DELLA RICERCA - Nel lavoro di ricerca ci si confronta con una routine che, in realtà, non è mai davvero tale. «Una delle cose che più mi hanno sorpreso di questo lavoro è il ruolo della creatività» - spiega Manuel Colucci, 36 anni, originario di Como. Dal 2016 è a Bellinzona, dove ha seguito le classiche tappe: scuola di dottorato, PhD (dal latino Philosophiae Doctor, titolo che attualmente viene usato per definire il dottorato di ricerca anche nelle discipline tecniche) e attività di ricerca come post-doc (questo è il termine tecnico). «Al liceo ho studiato scienze sociali. Prima di entrare in un laboratorio, avevo immaginato la scienza come qualcosa di rigido, quasi “matematico”». Ma l’esperienza gli ha mostrato una realtà diversa, in cui accanto al metodo è centrale la capacità di interpretare risultati inattesi: «Spesso succede che i dati vadano in una direzione completamente diversa da quella che avevi ipotizzato… ed è lì che entra in gioco la parte più stimolante».
Di conseguenza, anche le sue giornate seguono spesso un andamento poco prevedibile: «So quando entro, ma non so quasi mai quando esco». Gli esperimenti possono subire ritardi, le cellule non essere pronte o le tecniche non funzionare come previsto. Per questo Manuel ha riorganizzato la sua routine personale: «Mi sveglio intorno alle 5:45, studio uno strumento musicale, in cuffia, per non disturbare, poi faccio attività fisica. Solo dopo inizio la giornata in laboratorio, di solito verso le 9:30». La sera spesso finisce tardi di lavorare, e per questo ha scelto di spostare al mattino il tempo per sé.

Anche Lisa descrive giornate intense: «Arrivo verso le 8, controllo le email e pianifico il lavoro». La mattina è dedicata alla lettura e all’organizzazione, mentre tra le 10 e le 11 iniziano gli esperimenti (colture cellulari, microscopia, analisi), che proseguono nel pomeriggio insieme a riunioni e momenti di aggiornamento. «Dedico sempre almeno un’ora al quaderno di laboratorio. La pianificazione è fondamentale».

UNA REALTÀ INTERNAZIONALE - Nei corridoi si alternano inglese, italiano e altre lingue, spesso nella stessa conversazione, e basta attraversare una stanza per sentire accenti diversi. «La nazionalità prevalente è quella italiana, seguita da quella cinese. Ma molti altri Paesi sono rappresentati» - spiega Andrea Alimonti, il direttore dell’istituto. Si tratta in gran parte di studenti di master, dottorato e post-doc, che arrivano a Bellinzona da tutto il mondo per periodi di formazione e ricerca.«Siamo nel Canton Ticino, quindi in un contesto italofono, ma tutte le attività accademiche e di ricerca (lezioni, corsi, discussioni interne) avvengono prevalentemente in inglese» - conferma Alimonti.

Nella quotidianità, però, le lingue si alternano. «Nei momenti informali, come il pranzo o le feste, si parla spesso italiano - aggiunge - ma anche i ricercatori non italofoni vengono sempre coinvolti», e molti, nel tempo, imparano la lingua. Il tempo medio di permanenza (tre o quattro anni per un dottorato) contribuisce a creare un equilibrio tra continuità e ricambio. «C’è anche un’associazione studentesca internazionale che organizza eventi», contribuendo a creare occasioni di incontro al di fuori del lavoro.

«Il contesto in cui lavoro è fortemente internazionale - racconta Manuel Colucci. - A volte diventa quasi difficile raccontare quello che facciamo in italiano, perché siamo abituati a pensare e comunicare sempre in inglese». Anche la concentrazione della ricerca in un unico edificio facilita gli scambi: «Se serve una competenza specifica, basta attraversare un corridoio». Occasioni come il “Monday Noon Discussions”, in cui ogni settimana si presentano progetti e dati, diventano momenti chiave di confronto e collaborazione. 

Anche per Jonas Van Lent lavorare in un ambiente internazionale ha avuto un impatto diretto sul modo di fare ricerca: «La comunità scientifica globale è sorprendentemente connessa… Quando si lavora su un tema specifico, ci si ritrova sempre a incrociare gli stessi gruppi, sparsi però in tutto il mondo». In questo contesto, aggiunge, «ciascuno porta con sé esperienze, mentalità e background culturali diversi», un elemento che richiede attenzione alla comunicazione ma che contribuisce anche allo sviluppo dei progetti.

Tra chi ha scelto di arrivare a Bellinzona c’è anche Ping Lai, dalla Cina. Dopo il master ha lavorato per tre anni in un istituto di ricerca, prima di decidere di proseguire con un dottorato all’estero: «In Cina i giovani ricercatori sono incoraggiati a fare un’esperienza internazionale… può essere un grande vantaggio per il futuro». La Svizzera diventa così la prima scelta, per «l’eccellente ambiente di ricerca e gli alti standard accademici».
In Ticino dal 2018, l’arrivo ha significato confrontarsi con una realtà completamente nuova: «Prima di allora non avevo mai sentito parlare di Bellinzona». Oggi la città è descritta come «piccola e tranquilla», adatta a uno stile di vita più stabile. «Per certi versi mi ricorda la mia città natale, Dali, nello Yunnan: entrambi i luoghi sono circondati da montagne e laghi». L’ambiente ha influenzato anche la quotidianità: «Mi piace fare escursioni, ed è diventata una parte importante della mia vita qui».

PERCHÈ SCEGLIERE LA RICERCA - La carriera nella ricerca è, per sua natura, un percorso a tappe, fatto di passaggi selettivi e momenti di svolta. «È una realtà estremamente competitiva - spiega Andrea Alimonti. - La ricerca è un po’ come lo sport di alto livello: pochissimi riescono ad arrivare davvero in cima, a ottenere pubblicazioni importanti e a costruire una carriera brillante. Per molti altri è più difficile. Possiamo dire che forse solo l’1% raggiunge quei livelli».

In un contesto così, interrogarsi sulle ragioni che spingono a intraprendere questa strada diventa inevitabile. «Chi sceglie di fare ricerca - dice Alimonti - lo fa soprattutto per passione. Spesso c’è una spinta altruistica, il desiderio di aiutare gli altri, soprattutto in ambiti come quello oncologico». Una motivazione che ritorna nelle storie dei ricercatori, ma questa spinta si confronta con una quotidianità complessa. Come racconta Jonas, «dietro le quinte, la ricerca è soprattutto un lavoro continuo di verifica e correzione (troubleshooting)», tra esperimenti da ripetere e ipotesi da riformulare. Ping descrive la stessa dimensione mettendo in evidenza il lavoro che la sostiene: «Gran parte della nostra attività consiste nella pianificazione, nella lettura della letteratura scientifica, nell’analisi dei dati e nella gestione di problemi imprevisti». Un lavoro che richiede tempo e pazienza, perché «gli esperimenti falliscono molte volte prima di ottenere un risultato significativo».

L’incertezza è infatti una componente costante. «Si lavora su domande che non hanno ancora risposte chiare - spiega Ping - ed è allo stesso tempo entusiasmante e frustrante». Eppure, è proprio in questa tensione che si trova il senso del lavoro.
«Alla fine, tutto quello che facciamo ha un obiettivo comune: produrre conoscenza che possa essere utile alle persone» - osserva Manuel. Una motivazione che ritorna anche nelle parole di Jonas: «Sapere che il nostro lavoro può contribuire, anche indirettamente, a migliorare la vita dei pazienti è ciò che mi motiva ogni giorno».

Per Lisa Pavinato, questo percorso si intreccia con una dimensione personale più ampia: «È stato un percorso difficile e lungo, ma guidato dalla passione». Una scelta che rifarebbe, nonostante le difficoltà: «L’impatto sulla propria vita è grande, ma quando ami quello che fai è un impatto positivo». La sua esperienza restituisce anche un aspetto meno visibile della ricerca: «Da fuori si pensa spesso che sia un mondo riservato a una piccola élite privilegiata - racconta - ma io vengo da un contesto completamente diverso… ho dovuto lavorare per mantenermi e continuare gli studi». Nonostante questo, aggiunge, «con la passione e la determinazione si può costruire il proprio percorso».

Al centro resta però la natura stessa del lavoro scientifico. «La sfida più grande per un ricercatore è capire come funziona il sistema - spiega Alimonti. - Tutto ruota intorno alle pubblicazioni sulle riviste scientifiche. Si lavora per anni su un’ipotesi o su una possibile terapia, ma il risultato finale non è un farmaco: è un concetto che viene pubblicato». Un processo lungo, spesso demotivante, che richiede tenacia e capacità di ripartire. «In questo contesto - continua Alimonti - non basta il rigore: servono anche menti capaci di uscire dagli schemi, di mettere in discussione ciò che è dato per acquisito e di esplorare strade non convenzionali. La ricerca, in fondo, è proprio questo: non accettare lo status quo, ma cercare qualcosa in più. E per farlo servono curiosità, determinazione e una certa dose di ribellione intellettuale».

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Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con "Weekend", l’inserto settimanale del sabato del Corriere del Ticino