Bellinzona

Studi sull’"autofagia" delle cellule:
a Mikhail Rudinskiy (IRB)
la medaglia d’argento dell’ETH

Sabato 1 agosto 2026 ca. 6 min. di lettura
Mikhail Rudinskiy (foto di Eugenio Celesti)
Mikhail Rudinskiy (foto di Eugenio Celesti)
 

Il prestigioso riconoscimento viene attribuito a un ristretto numero di tesi di dottorato. Rudinskiy lavora nel laboratorio di Maurizio Molinari. Arrivato sedicenne a Losanna, dalla Russia, ora vive a Bellinzona
di Benedetta Bianco

Si è trasferito dalla Russia alla Svizzera, seguendo le orme del fratello maggiore, quando era ancora giovanissimo, e da allora non l’ha più lasciata, continuando a studiare ciò che lo appassiona di più: le cellule e i processi che avvengono al loro interno. È il percorso di Mikhail Rudinskiy, che ha ora ricevuto la prestigiosa Medal for an Outstandig Doctoral Thesis (Medaglia per una tesi di dottorato d’eccellenza) del Politecnico Federale di Zurigo (ETH). Si tratta di uno dei più alti riconoscimenti conferiti dall’Ateneo per una tesi di particolare valore: viene assegnato ogni anno a meno dell’8% degli studenti del Politecnico che portano a termine con successo la loro tesi e comprende, oltre alla medaglia in argento, un premio in denaro di 2.000 franchi svizzeri. Lo studio che è valso a Rudinskiy la medaglia è stato condotto all’interno dell’Istituto di Ricerca in Biomedicina (IRB) di Bellinzona, affiliato all’Università della Svizzera italiana (USI), dove il ricercatore fa parte del gruppo guidato da Maurizio Molinari

Nell’ambito di questo studio, pubblicato sulla rivista Nature Cell Biology lo scorso anno, il team di Molinari ha indagato su una particolare forma di autofagia, il fondamentale processo di "autopulizia" che permette alle cellule di degradare e smaltire i rifiuti e i componenti danneggiati o non più funzionanti. I ricercatori hanno scoperto che quando un organello come i mitocondri, le centrali energetiche cellulari, smette di funzionare correttamente, espone sulla sua membrana esterna una serie di proteine caratterizzate da una struttura disordinata: è il segnale che fa capire alla cellula che è il momento di riparare o sostituire del tutto l’organello. «Abbiamo studiato la frammentazione degli organelli – racconta Rudinskiy a Ticino Scienza – e abbiamo messo a punto un metodo per misurare il processo e seguirlo nel tempo, osservando cosa accade agli organelli prima di essere mangiati dai lisosomi (che funzionano come l’apparato digerente della cellula)».

I risultati suggeriscono anche che potrebbe essere possibile, in futuro, mettere a punto trattamenti mirati per attivare il meccanismo, in modo da ringiovanire le cellule. Ciò potrebbe risultare utile non solo per aiutare l’organismo a invecchiare in salute, ma anche per combattere numerose malattie, come quelle neurodegenerative e i tumori. «Gli indizi che abbiamo raccolto – afferma Rudinskiy – ci dicono che potrebbe funzionare. Ora vogliamo capire come cambia il processo dell’autofagia durante l’invecchiamento, ma anche come si è evoluto questo meccanismo così importante da essere rimasto pressocché uguale in quasi tutti gli organismi».

GLI INIZI A LOSANNA - Rudinskiy ha lasciato la sua casa in Russia quando aveva 16 anni per studiare al Politecnico Federale di Losanna (EPFL). A convincerlo è stato il fratello maggiore, arrivato in Svizzera prima di lui. «Anche mio fratello ha fatto il dottorato in Svizzera - racconta il ricercatore. - Mi ha consigliato lui di venire qui e ora posso dire che è stata la decisione giusta». Il primo anno lo ha dedicato a un corso "passerella", cioè un corso formativo dell’EPFL progettato per potenziare le competenze nelle scienze di base (matematica, fisica e informatica) e pensato per candidati in possesso di un diploma di maturità professionale/specializzata o ginnasiale, che consente di raggiungere i criteri di ammissione all’università. Dopodiché Rudinskiy si è dedicato a studiare le scienze della vita: «Mi hanno sempre interessato i processi che avvengono all’interno delle cellule: mi piace capire il loro funzionamento e anche in che modo possano condurre ad applicazioni future».

IL PASSAGGIO A ZURIGO E BELLINZONA - Rudinskiy ha passato a Losanna sei anni e poi si è trasferito per un anno a Zurigo, all’ETH, per la sua tesi di master. Lì ha potuto dedicarsi a un progetto che univa biologia cellulare e neuroscienze. «Ho finito la mia tesi - racconta - pochi giorni prima che iniziassero le chiusure per il COVID e da lì è iniziato un periodo di incertezza: non sapevo cosa avrei fatto per proseguire i miei studi con il dottorato. Fortunatamente, pochi mesi dopo, sono riuscito a contattare il professor Molinari, che mi ha invitato in Ticino e quindi dal 2020 mi trovo qui. Maurizio è stato una figura fondamentale per me e per il mio percorso. Lui tiene ovviamente alla scienza e alle ricerche che portiamo avanti, ma tiene anche molto alle persone con cui lavora, e per questo gli devo un ringraziamento personale». Mikhail dedica un ringraziamento particolare anche a Carmela Galli, ricercatrice del gruppo di Molinari coinvolta nel progetto principale fin dal primissimo giorno: «Ritengo che il suo contributo sia stato determinante per la buona riuscita dello studio».

Ma anche gli altri componenti del gruppo che Rudinskiy ha trovato all’IRB hanno avuto un ruolo importante: «Il gruppo che ho trovato qui è come una famiglia per me, i rapporti tra noi sono molto belli, ci aiutiamo l’un l’altro e discutiamo ogni esperimento tra noi». Forse non è un caso che Mikhail non sia il primo del gruppo di Maurizio Molinari a vincere la medaglia dell’ETH di Zurigo per una tesi di dottorato eccellente: prima di lui l’ha ottenuta nel 2020 anche l’italiana Ilaria Fregno, che continua a lavorare all’IRB e si occupa in particolare dei meccanismi che, all’interno della cellula, controllano che le proteine siano ripiegate in maniera corretta.

UNA TRADIZIONE DAL 1870 - La prima medaglia assegnata dall’ETH risale al 1870, accompagnata da un premio di 130 franchi svizzeri e conferita per una tesi sulle pompe centrifughe: macchine che usano la rotazione per accelerare un liquido e convertono poi tale velocità in energia di pressione. Nel 1955, in occasione del centenario dell’ETH, la versione iniziale della medaglia dell’incisore Antoine Bovy fu sostituita da un nuovo modello realizzato dall’artista Franz Fischer. Poi, nel 1980, venne introdotta la terza e attuale versione disegnata dall’incisore Hans Erni: sul rovescio è presente la croce svizzera circondata da una rappresentazione stilizzata delle Alpi, con il nome del destinatario inciso sulla parte inferiore, mentre l’altro lato raffigura la fecondazione di un ovulo tra le mani di un osservatore umano.
Tra i passati vincitori della medaglia figurano nomi come Richard Ernst, Premio Nobel per la Chimica nel 1991 per i suoi contributi allo sviluppo del metodo spettroscopico ad alta risoluzione della risonanza magnetica nucleare, e Konrad Osterwalder, matematico e fisico che è stato sottosegretario generale delle Nazioni Unite, rettore dell’Università delle Nazioni Unite e rettore emerito dell’ETH. 

IL FUTURO - Mikhail Rudinskiy è, quindi, in ottima compagnia, e ora guarda al futuro, che per il momento immagina sempre in Ticino, dove si è integrato così bene da aver imparato anche il dialetto ticinese: «Vorrei riuscire a valorizzare al meglio i miei studi» - racconta. Il momento più difficile, per lui, è stato il periodo iniziale in un nuovo Paese, subito dopo aver lasciato la Russia e la sua famiglia. «Ritrovarmi a vivere da solo, all’inizio, non è stato facile, e un altro problema era rappresentato dal francese, che all’epoca non parlavo abbastanza bene (Rudinskiy parla quattro lingue: russo, inglese, francese e italiano). Per fortuna – conclude il ricercatore – ero molto giovane, e questo mi ha permesso di adattarmi velocemente».