Poca esperienza, molte idee:
anche così si rende bella la città
di Asia Della Bruna
Cosa succede quando sono gli studenti universitari a lavorare su problemi reali della città?
Negli atenei, i ragazzi sono spesso invitati a confrontarsi con questioni concrete, come trasformazioni urbane, riqualificazioni di spazi pubblici, edifici da riconvertire, infrastrutture da ripensare. Lo fanno in una fase molto particolare del loro percorso formativo: hanno già acquisito strumenti teorici e metodologici solidi (tecniche di progetto, riferimenti disciplinari, capacità di analisi…) ma non sono ancora professionisti.
Questa posizione intermedia è ambivalente. Da un lato manca l’esperienza maturata nella pratica e sul campo: la gestione delle responsabilità esecutive, il confronto quotidiano con budget, normative e tempi di cantiere. Dall’altro lato, proprio perché non ancora inseriti stabilmente in routine professionali consolidate, gli studenti non sono vincolati da automatismi o protocolli sedimentati.
È una condizione cognitiva che non va interpretata come espressione di generica “creatività giovanile”, ma come uno spazio di libertà disciplinata, un momento in cui le competenze sono già solide, ma l’apparato decisionale non si è ancora irrigidito.
La questione, allora, non è se gli studenti siano pronti a sostituire i professionisti. La questione è quale contributo specifico possa emergere da questa fase formativa, e in che modo questo contributo possa entrare in dialogo con la città.
Foto di Chiara Micci / Garbani Guarda la gallery (9 foto)
In Svizzera non mancano esperienze che si muovono in questa direzione, e un esempio recente arriva proprio dal Ticino. A Lugano, gli studenti dell’Accademia di architettura dell’Università della Svizzera italiana (USI) hanno lavorato, durante il semestre autunnale 2025, su nuove ipotesi di trasformazione delle rive del Cassarate. Il progetto Unfolding the River ha proposto una rilettura del fiume come infrastruttura urbana e spazio di connessione, portando alla realizzazione di tredici modelli progettuali, poi presentati al pubblico a fine febbraio in una mostra allestita all’ex-Asilo Ciani. I modelli esposti - spiega l’assistente di atelier Eugenio Thiella - erano «proposte inattese, talvolta audaci, talvolta ingenue, ma capaci di aprire domande». Progetti, dunque, che non sono nati per essere immediatamente realizzati, ma per esplorare possibilità.
Altrove, però, questo stesso approccio didattico è stato portato anche sul piano costruttivo, e un esempio interessante arriva da oltre Gottardo. È il Circular Time Lab della città di Lucerna, avviato nel 2025 dalla Lucerne University of Applied Sciences and Arts tramite il Competence Centre Typology & Planning in Architecture e l’Institute of Architecture (IAR).
Il progetto supera il modello tradizionale dell’atelier universitario e si sviluppa in dialogo diretto con lo spazio urbano. Studenti del secondo semestre lavorano insieme ad apprendisti di aziende regionali del legno e partner industriali per progettare e costruire strutture lignee temporanee reali, installate in città e concepite fin dall’inizio per essere smontate e riutilizzate.
All’inizio dell’estate 2025 le strutture sono state montate nel parco Inseli, vicino alla stazione di Lucerna, e nel Viscosi-Areal a Emmenbrücke, rimaste fruibili per tutta la stagione estiva. Il progetto è organizzato su cicli triennali e coinvolge circa cento studenti affiancati da apprendisti, costruendo una vera e propria catena produttiva completa.
Qui la verifica è pubblica e concreta, le strutture devono funzionare davvero: offrire ombra, garantire stabilità, essere accessibili. La città diventa banco di prova e l’errore non è astratto, se un dettaglio non regge, il problema emerge durante il montaggio o nell’uso quotidiano.
Allo stesso tempo, gli studenti operano in una sperimentazione controllata. Lavorano con materiali reali, tempi definiti e partner industriali, ma senza assumere le responsabilità economiche e legali di un’opera permanente. Questa condizione consente di comprimere cicli di apprendimento che, nell’edilizia tradizionale, richiederebbero anni. Proprio perché il rischio è circoscritto, si amplia il margine di esplorazione e la fase formativa diventa così uno spazio in cui testare soluzioni che nella pratica professionale verrebbero forse scartate.
IL DIALOGO CON LA CITTÀ DI LUGANO - Ma torniamo sulle rive del Cassarate. Nell’atelier diretto dal professor Martino Pedrozzi - e intitolato Unfolding the River, come dicevamo - studenti di Bachelor e Master hanno lavorato su porzioni reali di Lugano, lungo l’asse del fiume che l’attraversa, individuate in dialogo diretto con la municipalità.
Le proposte elaborate riguardano funzioni pubbliche e collettive, centri culturali con residenze per studenti, spazi civici sopraelevati, interventi sugli argini, strutture sportive, servizi di quartiere. Per la scelta dei siti, spiega Pedrozzi, il confronto con la Città è stato determinante: l’obiettivo era ancorare il lavoro a processi urbani reali. «Credo infatti - continua il docente - che, pur mantenendo una necessaria libertà progettuale, per uno studente sia più stimolante confrontarsi con situazioni reali. Questo aumenta anche la soddisfazione perché si ha la sensazione di poter offrire un contributo alla collettività. E anche quando i progetti non sono immediatamente realizzabili, forniscono comunque contributi utili anche ai professionisti».
Ma la libertà non è arbitrio. «La libertà data loro va incanalata - osserva Pedrozzi. - La creatività non è l’opposto della razionalità; spesso è proprio la razionalità a renderla più forte, a renderla fertile ed esplorabile. Anche la progettazione, e persino la cosiddetta creatività, devono avere un fondamento razionale, quasi “scientifico” nel senso metodologico del termine. Un progetto nasce da osservazioni, da obiettivi chiari, da una logica interna solida». La forza del lavoro sta dunque nella capacità di applicare strumenti già acquisiti dentro un processo rigoroso, ma prima che diventino routine.
PROPOSTE AUDACI - Dal punto di vista didattico, l’assistente Eugenio Thiella parla di una dimensione quasi “fanciullesca”, nel senso più positivo del termine. «Gli studenti - spiega - non hanno ancora alle spalle anni di pratica professionale, protocolli consolidati, abitudini operative. Non sono irrigiditi da automatismi. In quello spazio meno sovrastrutturato sono emerse proposte inattese, talvolta audaci, talvolta ingenue, ma capaci di aprire domande».
Sono progetti realizzabili? «In linea teorica sì - risponde Pedrozzi. - In pratica entrano in gioco questioni di pianificazione, priorità e budget». Alcune funzioni potrebbero risultare sovradimensionate o richiedere tempi lunghi. «Non ho imposto agli studenti di creare qualcosa di necessariamente realizzabile. Se qualcuno avesse proposto un progetto utopico ma interessante, lo avrei sostenuto».
Il lavoro si è fermato a un livello che rende le proposte confrontabili e discutibili, ma non ancora traducibili in esecutive. Proseguire avrebbe comportato inevitabili adattamenti. Il progetto assume così una funzione di raccordo tra formazione e pratica. «Lavorare su siti indicati dalle municipalità - aggiunge Thiella - ha significato uscire dalla “bolla” accademica e misurarsi con problemi concreti, senza rinunciare alla libertà progettuale».
UNA NUOVA PRESENZA - Per l’università, esperienze di questo tipo hanno anche un significato più ampio nel rapporto con la città. Come osserva Gabriele Balbi, rettore ad interim dell’USI, «costruire una città universitaria richiede tempo, secoli… Oggi il nostro ateneo conta quasi 5.000 studenti e progetti come questo rendono visibile la presenza dell’università, e il contributo delle sue energie». E aggiunge: «Sono i nostri studenti a costruire valore».
La fase formativa non è un tempo marginale rispetto alla vita urbana, può costituire una delle sue risorse.