L’Istituto di Ricerca Traslazionale compie un anno e rafforza
il polo biomedico di Bellinzona

Creato nell’estate 2025, ha quattro Divisioni dedicate a cardiologia, neurologia, medicina rigenerativa e risposte infiammatorie intestino-microbiota, che affiancano i settori già coperti dall’IRB e dallo IORdi Paolo Rossi Castelli
L’Istituto di Ricerca Traslazionale (IRT) di Bellinzona ha compiuto un anno il 1° luglio 2026, ma la cerimonia per ricordarlo (o, meglio, la cerimonia di inaugurazione, come è stata definita) è slittata ai primi giorni di settembre, per avvicinarla alla Giornata della Ricerca e dell’Innovazione in Medicina Umana della Svizzera italiana, che era in programma il 4 settembre. Un abbinamento molto calzante, in effetti, per l’IRT, che sulla Ricerca ha molto da dire: in particolare, sugli studi che vengono progettati per essere trasferiti in tempi ragionevolmente brevi dai laboratori al letto del paziente (è questa la ricerca traslazionale).
Nel suo primo anno di vita l’IRT ha completato l’organizzazione interna, che prevede quattro Divisioni dedicate rispettivamente alla cardiologia, alla neurologia, alla medicina rigenerativa e ai rapporti malattie intestinali-microbiota. Ciascuna Divisione comprende, poi, diversi gruppi di ricerca, focalizzati su specifici ambiti di indagine, come teranostica cardiovascolare (cioè metodi che contemporaneamente sono diagnostici e terapeutici per curare le patologie del cuore); ricerca cardio-renale (rapporti fra le patologie del rene e quelle del cuore); epatologia; invecchiamento dei vasi sanguigni; microambiente tumorale.
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Gestito in modo paritetico (50% a testa) dall’Ente ospedaliero cantonale e dall’Università della Svizzera italiana, l’IRT è ormai diventato uno dei protagonisti della ricerca biomedica in Ticino, potenziando il polo di Bellinzona, che conta già su due strutture di grande importanza affiliate all’USI (ma con gestione autonoma), come l’Istituto di ricerca in biomedicina (IRB), rivolto principalmente all’immunologia e alle malattie infettive, e l’Istituto oncologico di ricerca (IOR). I tre istituti - che condividono la sede e molte attrezzature, nel Palazzo di Bios+ in via Francesco Chiesa 5 - hanno attivato una ricca serie di collaborazioni reciproche e inevitabilmente convergeranno sempre più verso una visione strategica comune.
L’IRT è il più piccolo dei tre, ma con forti margini di crescita e una produzione scientifica di alto livello, guidata dai cinque "Principal Investigators" Lucio Barile, Simone Bersini, Giandomenica Iezzi, Giorgia Melli e Matteo Moretti.
A garantire la qualità scientifica dell’IRT sarà anche un board internazionale appena costituito, che è composto da cinque esperti internazionali, ciascuno dedicato a una delle principali aree di ricerca dell’istituto: Alexandra Calmy (Università di Ginevra), Giovanni G. Camici (Università di Zurigo), Laurence Zitvogel (Università di Paris-Saclay), Ivan Martin (Università di Basilea) e Ahmet Hoke (Johns Hopkins University). Il loro ruolo sarà consultivo, ma diretto: riferiranno alla Commissione mista USI-EOC (che governa l’IRT) i loro pareri sulla gestione dell’Istituto. «Vogliamo una valutazione costante - spiega Alain Kaelin, responsabile scientifico dell’Istituto - anche critica, se necessario. È l’unico modo per crescere davvero e puntare con decisione verso l’eccellenza».
L’INAUGURAZIONE - Per la cerimonia di “compleanno”, il 3 settembre, sono intervenuti nell’Auditorium dell’USI (sul palco dei relatori ma anche, numerosi, in sala) i protagonisti di quest’avventura, come è stata definita più volte, che aveva avuto il suo esordio nel 2021 con i Laboratori di Ricerca Traslazionale, creati fra non poche difficoltà dall’EOC e successivamente confluiti, dopo complesse trattative, nell’istituto creato insieme all’USI (l’IRT, appunto).
«L’inaugurazione è un momento di festa, ma anche l’occasione per guardare alla strada percorsa, ricordare da dove siamo partiti e chiederci dove vogliamo arrivare - ha detto Giovanni Pedrazzini, decano della Facoltà di Scienze biomediche dell’USI, riassumendo la storia dell’IRT attraverso tre parole che richiamano le lettere della sua sigla: ispirazione, responsabilità e tenacia.
L’ispirazione, secondo Pedrazzini, è quella di chi ha contribuito a costruire la ricerca biomedica dell’EOC partendo da condizioni inizialmente precarie, come quelle dei primi laboratori di Torricella-Taverne. La responsabilità è invece legata alla scelta «coraggiosa e originale» di creare un istituto congiunto tra USI ed EOC, e all’impegno necessario per assicurarne il finanziamento. Infine la tenacia: quella di una realtà ancora piccola, chiamata a crescere accanto a istituti già affermati come IRB e IOR.
La capacità di creare collegamenti sempre più stretti con le altre realtà scientifiche presenti in Ticino è un elemento decisivo, ha ribadito Glauco Martinetti, direttore generale dell’EOC: «Dobbiamo rafforzare le collaborazioni e favorire la nascita di progetti comuni. Per un territorio come il nostro, fare rete, creare massa critica e condividere una visione è essenziale». Investire nella biomedicina, ha aggiunto Martinetti, significa anche attirare competenze, creare posti di lavoro altamente qualificati e procedere verso la progressiva realizzazione di un ospedale universitario ticinese.
Anche per Alessandro Ceschi, responsabile dell’Area formazione medica e ricerca dell’EOC, il rapporto fra ricerca e attività ospedaliera è un punto centrale. «La qualità di un ospedale - ha spiegato - non si misura soltanto dalla capacità di curare bene i pazienti di oggi, ma anche dalla sua capacità di contribuire a costruire le cure di domani».
In realtà un nuovo istituto di ricerca produce anche effetti che vanno oltre la medicina. Raphaël Parchet, prorettore per la ricerca dell’USI ed economista, ha proposto di rovesciare la domanda che solitamente accompagna la nascita di strutture di questo tipo. «Di fronte a un nuovo istituto - ha detto - ci si chiede quasi sempre quanto costa. Credo invece che la domanda più utile sia: quanto valore può creare? E quanto ci costerebbe non investire nella capacità di produrre conoscenza, attrarre talenti e trasformare la ricerca in nuove possibilità di cura?».
UN NUOVO ECOSISTEMA - Insomma, hanno sottolineato i relatori, l’ambizione è quella di costruire in Ticino un ecosistema nel quale ricerca di base, ricerca traslazionale e attività clinica siano sempre meno separate. Con un criterio molto concreto per misurarne, negli anni, il successo: la capacità di trasformare le domande che nascono davanti a un paziente in ricerca scientifica, e le scoperte che nascono nei laboratori in nuove possibilità di diagnosi e di cura.