Invecchiare senza malattie:
il grande sogno che nasce
da una “rivoluzione”

Nell’aula magna dell’USI esperti a confronto sulla “Senotherapeutics Revolution”: un approccio innovativo, che cerca di bloccare i processi biologici prima che portino al cancro e ad altre patologie della terza etàdi Paolo Rossi Castelli
Invecchiare senza soffrire (o, quantomeno, soffrendo per il più breve tempo possibile). Potrebbe essere questo lo slogan del convegno Senotherapeutics Revolution: Transforming Aging and Cancer Therapy, promosso da IBSA Foundation per la ricerca scientifica in collaborazione con l’Istituto Oncologico di Ricerca (IOR), l’Istituto di Ricerca in Biomedicina (IRB), l’Istituto Fondazione di Oncologia Molecolare (IFOM) di Milano e l’Istituto di Genetica Molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche italiano. L’appuntamento è per il 30 giugno nell’aula magna dell’Università della Svizzera italiana a Lugano, in via Giuseppe Buffi 13, con inizio alle 9.
Il titolo del convegno è forse troppo tecnico per raccontare ai non addetti ai lavori quello che sarà uno dei temi principali dell’incontro: delineare le strategie per far coincidere sempre più l’aspettativa media di vita (circa 83 anni nei Paesi avanzati, e ben 85 in Ticino) con la speranza di vita in salute (cioè libera da malattie), che invece è più breve di circa 10 anni. In altre parole, nell’ultimo secolo si è verificato uno spettacolare aumento della vita media (in Svizzera, dai 50 anni di inizio ‘900 si è passati agli 83 di oggi, grazie agli antibiotici, ai vaccini, ai nuovi strumenti diagnostici, e così via), ma in molti casi si sono ottenuti questi risultati cronicizzando le malattie (tumori, patologie autoimmuni, infiammazioni, diabete, e altro ancora), dunque allungando la vita ma anche le sofferenze e le difficoltà collegate.
Questo è un problema, spesso molto serio, per le singole persone e i loro familiari, naturalmente, ma anche per le casse malate, o i servizi sanitari pubblici, che “bruciano” in quell’ultimo periodo della terza età (in particolare, negli ultimi 5 anni) la maggior parte delle risorse (il 70-80%) utilizzate per garantire l’assistenza sanitaria nell’arco dell’intera vita.
Ben diversa è la situazione nelle zone più povere del mondo, dove l’aspettativa di vita media coincide quasi sempre con l’aspettativa della vita in salute: appena 50 anni, come all’inizio del ‘900. In pratica, quando una persona arriva intorno a quell’età, muore appena viene colpita da una malattia pesante (perché mancano le strutture sanitarie, la prevenzione, le terapie adeguate). Ma questo non è ovviamente un esempio da seguire!
Al convegno di Lugano parteciperanno esperti di rilievo nei settori della biologia, della medicina e della farmacologia, provenienti da diversi Paesi europei e dagli Stati Uniti. La “Senotherapeutics revolution” (dove “seno” si riferisce a “senex”, cioè “vecchio” in latino) prevede un’ampia serie di possibili provvedimenti e filoni di ricerca per allungare la vita in salute, a cominciare da sistemi innovativi per tentare di bloccare i processi biologici prima che portino al cancro e ad altre patologie legate all’invecchiamento.
Questo è il tema anche di un grande progetto presentato nei mesi scorsi da un pool di enti di ricerca ticinesi, per creare nel Cantone un Centro Nazionale di Competenza in Ricerca (NCCR) sull’invecchiamento, finanziato dal Fondo Nazionale Svizzero, che ha lanciato i relativi bandi alcuni mesi fa (la selezione è in corso).
«L’idea è quella di affrontare l’invecchiamento non solo come un fatto biologico inevitabile, ma come un processo su cui possiamo agire - spiega Andrea Alimonti, direttore dello IOR e co-organizzatore del convegno “Senotherapeutics Revolution”, nonché promotore dell’idea di portare in Ticino un NCCR. - Il nostro progetto mira a colmare un vuoto in Svizzera, dove il livello della ricerca è altissimo, ma manca un centro che coordini in modo integrato gli studi sull’invecchiamento. In altri Paesi esistono già iniziative avanzate. Da noi, invece, serve ancora una visione unitaria».
Quali sono le strade per migliorare l’ultima fase della vita?
«Ci sono vari approcci. Il primo è biologico: capire i meccanismi cellulari e genetici che governano l’invecchiamento, e sviluppare farmaci o trattamenti che rallentino o modifichino questi processi. Ma va considerata anche la parte sociale: bisogna combattere, cioè, l’isolamento, migliorare l’accesso ai servizi sanitari, introdurre tecnologie che aiutino gli anziani a monitorare la propria salute. Non esiste una ricetta unica: serve un mix di interventi».
Si parla molto di biomarcatori dell’invecchiamento. A che punto siamo?
«Oggi possiamo misurare l’età biologica con una certa approssimazione, ad esempio valutando la metilazione del DNA (un meccanismo naturale che regola l’attività dei geni, ndr). Ma stiamo esplorando anche altri marcatori, come l’ossidazione del DNA o la risposta infiammatoria. L’obiettivo è individuare con precisione chi invecchia più velocemente a livello biologico, anche se ha ancora un’età cronologica “giovane”, per intervenire prima che compaiano le patologie».
Si può davvero prevenire l’invecchiamento?
«Non lo fermiamo, ma possiamo rallentarlo. Oltre alle terapie farmacologiche più avanzate e alla diagnosi precoce, anche alcune molecole naturali sembrano avere effetti positivi, così come l’attività fisica, la dieta e gli stimoli cognitivi e sociali».
Esistono già terapie sperimentali promettenti?
«Sì. I farmaci più noti sono i senolitici, che eliminano le cellule senescenti, cioè quelle “invecchiate” che rilasciano sostanze tossiche per i tessuti. Altri, come i senostatici, cercano invece di “zittire” queste cellule senza eliminarle. Stiamo anche studiando molecole che migliorano la riparazione del DNA, e anticorpi che riducono l’infiammazione».
Cosa c’entra l’infiammazione con l’invecchiamento?
«Moltissimo. Parliamo di “inflammaging”, cioè dell’invecchiamento innescato da un’infiammazione cronica a basso livello. È stato dimostrato che un sistema immunitario invecchiato (spesso coinvolto nelle infiammazioni croniche “sbagliate”, che restano attive anche quando non esiste più la causa che le aveva scatenate, ndr) può far invecchiare anche altri organi sani. Per questo lavoriamo su farmaci che eliminano le cellule immunitarie senescenti».
Perché l’industria farmaceutica ha investito poco, finora, in questo settore?
«Perché è più facile vendere una cura per una malattia specifica che investire in un trattamento preventivo “generale”. Insomma, è più semplice promuovere un farmaco contro un tumore, piuttosto che un farmaco contro l’invecchiamento, che agisce su molti fronti ma non “cura” nulla nell’immediato. Eppure intervenire prima significherebbe risparmiare enormemente in termini di costi sanitari e di sofferenze per il paziente».
Cosa possiamo aspettarci dal prossimo futuro?
«Serve un cambio di paradigma. Non dovremo solo curare malattie, ma agire alla radice del problema, come dicevo. L’obiettivo non è vivere in eterno, ma vivere più a lungo in condizioni migliori. È una sfida scientifica, ma anche culturale. E se riusciremo a costruire una rete nazionale per l’”healthy aging” (l’invecchiamento sano), potremo fare la differenza non solo per i pazienti di domani, ma anche per tutti noi, già oggi».