Informatica biomedica, robot
per la riabilitazione: passa
anche da qui l’accordo EOC-ETH

L’Ente Ospedaliero Cantonale e il Politecnico di Zurigo hanno firmato nell’autunno scorso un’intesa tecnica per consolidare e sviluppare la ricerca. Ora si entra nel vivo. Intervista al professor Jörg Goldhahndi Simone Pengue
In una possibile collaborazione tra l’Ente Ospedaliero Cantonale (EOC) e il Politecnico federale di Zurigo (ETH), pochi temi sono emblematici quanto l’intelligenza artificiale applicata alla medicina. Forse è anche per questo che medici ticinesi e ricercatori d’Oltralpe, nelle settimane scorse (il 28 maggio), hanno messo l’argomento al centro di un convegno organizzato congiuntamente al Centro Svizzero di Calcolo Scientifico (CSCS) di Lugano, intitolato Artificial Intelligence in Medicine.
Sullo sfondo c’era l’accordo tra EOC ed ETH firmato nell’ottobre 2025, per rafforzare la collaborazione nella ricerca che coinvolge attivamente anche l’Università della Svizzera Italiana (USI). L’intesa formalizza una cooperazione già esistente in numerosi ambiti, tra cui la cardiologia, l’oncologia e l’ematologia, la neurologia, la medicina rigenerativa, l’imaging e, appunto, l’intelligenza artificiale applicata alla medicina. Considerato il peso dell’ETH, una delle università tecniche più prestigiose al mondo, e l’ambizione dell’EOC, il futuro della ricerca medica ticinese promette lavori scientifici di qualità e cure sempre più avanzate.
Tra i relatori della giornata al CSCS era presente anche Jörg Goldhahn, medico di formazione, oggi attivo nella ricerca, direttore degli studi del Bachelor in medicina umana dell’ETH e rappresentante del Politecnico federale nella collaborazione con l’EOC. Il convegno è stato l’occasione per ascoltare la prospettiva d’Oltralpe sulla collaborazione tra le due istituzioni.
Jörg Goldhahn Ingrandisci la foto
Professor Goldhahn, come è nata la collaborazione tra ETH ed EOC e in che modo è legata alla ben nota cooperazione con l’USI per il master in medicina?
«È nata - spiega Goldhahn - da un’esigenza molto concreta, e molto ben conosciuta: formare più medici in Svizzera. Attorno al 2015 ci fu un’iniziativa federale in questa direzione, e diversi nuovi attori entrarono nel campo della formazione medica, tra i quali i cantoni Ticino, San Gallo e Lucerna. Fin dall’inizio, l’USI era molto interessata a formare studenti di medicina in Ticino. C’è un effetto ben noto nella formazione medica: spesso i medici finiscono per lavorare nella regione in cui hanno studiato. In passato, molti studenti ticinesi andavano a Friburgo o a Berna, e molti poi restavano lì. L’idea era quindi che, formando studenti negli ospedali ticinesi, una parte di loro potesse in futuro rimanere a lavorare nella regione.
Per l’ETH la situazione era complementare. Potevamo offrire solide basi scientifiche, ricerca e tecnologia, ma non abbiamo una clinica propria. L’USI e l’EOC, invece, avevano l’ambiente clinico, i pazienti e gli ospedali. È stato quindi un incontro molto naturale: l’ETH avrebbe fornito la parte del Bachelor, mentre l’USI e l’EOC avrebbero garantito la formazione clinica successiva».
Che cosa ha reso, oltre all’USI, l’EOC un partner adatto per l’ETH?
«Fin dall’inizio era chiaro che, se l’ETH voleva collaborare con l’USI, la parte clinica (quella direttamente al letto del paziente, ndr) sarebbe stata fondamentale. Ed è qui che entra in gioco l’EOC. Ho visitato per la prima volta le strutture dell’Ente Ospedaliero Cantonale all’inizio del 2016, quando stavamo discutendo su come costruire insieme il programma. È emerso rapidamente che entrambe le parti avevano qualcosa che mancava all’altra. L’EOC disponeva dell’ambiente ospedaliero, dei pazienti, dei medici e della formazione clinica. L’ETH aveva le scienze di base, le competenze tecnologiche e l’accesso a metodi di ricerca avanzati.
Quindi la collaborazione non è nata in modo astratto. Si basava su bisogni reali: l’ETH aveva bisogno di partner clinici; l’EOC poteva beneficiare di solide basi scientifiche e tecnologiche per la formazione medica e per la ricerca».
Come si è sviluppata nel tempo la collaborazione sul piano della formazione?
«Il programma formativo è diventato molto solido. L’USI e l’EOC hanno creato un modello di formazione clinica molto intensivo. Gli studenti non si limitano ad ascoltare lezioni in aula: lavorano a stretto contatto con i medici, spesso con un rapporto di due studenti per un medico, e trascorrono gran parte della giornata nell’ambiente clinico.
All’inizio alcuni studenti dell’ETH erano incerti all’idea di venire in Ticino per il master. Non sapevano bene cosa aspettarsi. Ma negli ultimi anni la situazione si è completamente capovolta. Oggi, per molti studenti, venire all’USI e all’EOC è la prima scelta. È un segnale molto importante. Dimostra che la formazione clinica in Ticino non solo funziona, ma viene percepita dagli studenti come un’esperienza di grande qualità».
Quando la collaborazione ha iniziato ad andare oltre l’insegnamento?
«In realtà, questa possibilità era presente fin dall’inizio. L’insegnamento è stato il punto di ingresso, ma era chiaro che ci fosse un potenziale più ampio. Una volta che persone dell’ETH, dell’EOC e dell’USI hanno iniziato a lavorare insieme, la domanda successiva è stata: possiamo costruire anche collaborazioni di ricerca? Possiamo mettere in contatto il sapere clinico con le scienze di base, la tecnologia, le analisi molecolari, l’informatica biomedica o di calcolo computazionale?
Per esplorare queste possibilità abbiamo organizzato eventi congiunti. Abbiamo invitato clinici, medici consulenti e capiclinica dell’EOC all’ETH. In seguito, abbiamo portato ricercatori dell’ETH in Ticino. L’obiettivo non era semplicemente presentare le proprie ricerche, ma creare una sorta di mercato delle esigenze e delle competenze.
Per esempio, un clinico poteva dire: “Ho 3’000 pazienti con questa condizione e cerco competenze in bioinformatica”. Un ricercatore dell’ETH poteva rispondere: “Io ho un metodo, ma ho bisogno di dati clinici o di campioni di tessuto”. È così che nascono le collaborazioni».
Perché un ospedale come l’EOC è interessante per la ricerca dell’ETH rivolta direttamente ai malati?
«Nella ricerca clinica si va dove ci sono i pazienti. L’EOC è interessante perché è organizzato come una rete di cliniche specializzate. Alcune sono forti nell’ortopedia, altre nella medicina interna, nella cardiologia o in altri ambiti. Questo significa che determinate cliniche hanno un numero sufficiente di casi in aree specifiche, e questo è estremamente prezioso per la ricerca.
Gli ospedali universitari sono molto importanti, soprattutto per procedure altamente specializzate. Se si vuole studiare un trapianto di fegato, per esempio, serve un ospedale universitario che esegua questo tipo di interventi. Ma se si vuole studiare qualcosa come l’obesità, può essere più utile un ospedale che vede molti pazienti con obesità e non necessariamente un ospedale universitario.
Il valore dell’EOC, quindi, non sta nel voler imitare un ospedale universitario. Sta nella sua realtà clinica, nelle sue popolazioni di pazienti e nella sua struttura specializzata».
Che cosa porta, in particolare, l’ETH in questa collaborazione?
L’ETH porta competenze scientifiche e tecnologiche che spesso non sono disponibili in un contesto ospedaliero. Parliamo di analisi molecolari avanzate, ingegneria biomedica, bioinformatica, intelligenza artificiale, analisi dati e calcolo ad alte prestazioni. Gli ospedali lavorano in condizioni molto diverse. La loro priorità è la cura dei pazienti: diagnosi, trattamenti, interventi, riabilitazione. Non sempre possono esplorare metodi di ricerca avanzati nello stesso modo in cui può farlo un’università tecnica».
E che cosa porta l’EOC all’ETH?
«L’EOC porta ciò che l’ETH non ha: pazienti, dati clinici, campioni biologici, domande mediche e competenze nate dalla pratica quotidiana. Per i ricercatori che lavorano nell’ambito della medicina umana, tutto questo è essenziale. Non si possono sviluppare tecnologie mediche davvero utili restando isolati dalla realtà clinica. Bisogna sapere quali sono i problemi concreti, avere accesso ai dati, ai pazienti, ai casi reali.
Questo è particolarmente vero per l’intelligenza artificiale e l’apprendimento automatico (il machine learning), già molto presenti in Ticino attraverso l’Istituto Dalle Molle di Studi sull’Intelligenza Artificiale (IDSIA). Si possono costruire modelli utili solo se si ha accesso a dati clinici pertinenti. Senza questi dati, anche la tecnologia migliore resta teorica».
Lei ha parlato di fiducia. Perché è così importante in una collaborazione di questo tipo?
«La collaborazione clinica è sempre una questione di fiducia. E la fiducia richiede anni per costruirsi. Un ospedale deve poter contare sul fatto che i ricercatori tratteranno i dati clinici in modo corretto e sicuro. I clinici devono sentire di non essere semplicemente fornitori di dati, ma partner alla pari. Anche i ricercatori, dal canto loro, devono capire i vincoli e le condizioni del lavoro clinico.
Questo non si può imporre dall’alto. Non basta firmare un accordo e aspettarsi che una collaborazione diventi reale. L’accordo è solo un passaggio. Servono persone che si conoscano, che abbiano già lavorato insieme, che capiscano le rispettive esigenze.
Con l’EOC questa fiducia è cresciuta nel corso degli anni, a partire dalla formazione. Ed è questo che dà alla partnership una base molto solida».
Quali ambiti medici fanno già parte della collaborazione?
«Ci sono diversi ambiti in cui i progetti sono già in corso o in fase di sviluppo. Tra questi, l’ingegneria della riabilitazione, la prescrizione dei farmaci, l’informatica biomedica, la neurologia e le terapie oncologiche. Sono campi in cui l’EOC è ben posizionato e ha una buona esperienza. Sono anche ambiti in cui le competenze dell’ETH possono aggiungere qualcosa di importante, attraverso la tecnologia, l’analisi dei dati, l’ingegneria o metodi scientifici avanzati».
Può farci un esempio concreto?
«Un esempio riguarda la prescrizione degli oppioidi. Una professoressa dell’ETH, con una formazione in farmacoepidemiologia, era interessata a studiare come vengono prescritti gli oppioidi negli ospedali. È un tema medico importante. Gli oppioidi sono necessari nei casi di dolore intenso, ma devono essere prescritti con attenzione. I pazienti possono averne bisogno dopo un intervento o in una fase di dolore acuto, ma i medici devono anche assicurarsi che, in seguito, questi farmaci vengano ridotti o sospesi in modo appropriato.
La professoressa ha visitato l’EOC, ha incontrato i clinici sul posto, e da lì è nata una collaborazione per monitorare e analizzare i modelli di prescrizione degli oppioidi. È un buon esempio di come una domanda clinica e un metodo di ricerca accademico possano incontrarsi».
La collaborazione è stata formalizzata. Che cosa cambia con un accordo quadro?
«La collaborazione si è sviluppata in modo organico. È partita dalla formazione, poi sono arrivati gli incontri, i contatti di ricerca e i primi progetti. A un certo punto è stato naturale darle una struttura più chiara. Un accordo-quadro offre una base legale e una maggiore visibilità. Rende la collaborazione più formale e più riconoscibile. Ma non sostituisce il lavoro vero.
Un accordo firmato non è, di per sé, la collaborazione. La collaborazione prende forma nei progetti, negli incontri, nelle scuole per i dottorandi, negli studi clinici e nella fiducia tra le persone».