Gastroenterologia dell’EOC:
il rilancio passa attraverso
un mix di clinica e ricerca

Intervista a Thomas Greuter, primario all’ospedale Regionale di Lugano e responsabile di un nuovo gruppo di studio all’IRT di Bellinzona. Attenzione puntata sulle malattie infiammatorie dell’esofagodi Elisa Buson
La difficoltà a deglutire una semplice fetta di torta. La fastidiosa sensazione di avere un nodo che stringe la gola ogni volta che si mangia. Il cibo che tende a risalire dallo stomaco provocando bruciori e fitte al petto. Non sempre questi sintomi sono dovuti a un banale reflusso gastroesofageo. In alcuni casi può trattarsi di esofagite eosinofila, una malattia infiammatoria cronica dell’esofago che si stima colpisca circa una persona su 700.
Facendo le dovute proporzioni, «in Ticino ne soffrono almeno 500 persone di ogni età: si tratta infatti della prima causa di disfagia nei giovani adulti» - spiega il gastroenterologo Thomas Greuter, che a dispetto dei suoi 38 anni è già primario all’Ospedale Regionale di Lugano (EOC), professore di ruolo all’Università della Svizzera italiana (USI) e responsabile di un nuovo laboratorio di ricerca focalizzato proprio sull’esofagite eosinofila presso la “Gut division” dell’Istituto di Ricerca Traslazionale – IRT (l’istituto nato nel luglio 2025 dai Laboratori di Ricerca Traslazionale dell’EOC, ora gestito in modo paritetico da EOC e USI).
«Il nostro laboratorio ha aperto i battenti a gennaio - continua Greuter. - Per ora il team è formato da un post-doc, arrivato con me dall’Ospedale universitario di Zurigo, da una dottoranda dell’USI e da uno studente di medicina, ma nei prossimi mesi prevediamo di allargarci ulteriormente con l’arrivo di almeno un’altra persona». L’obiettivo è comprendere i meccanismi alla base dell’esofagite eosinofila, malattia che è stata identificata per la prima volta circa 30 anni fa e, se non trattata, può alterare progressivamente la struttura dell’esofago, rendendolo più rigido e provocando restringimenti che possono ostacolare la deglutizione. Bloccare questo effetto domino è possibile, grazie a dieta e terapie farmacologiche, a patto che vengano iniziate tempestivamente.
LA "RESPONSABILITÀ" DEI LATTICINI - Oggi l’esofagite eosinofila viene diagnosticata con frequenza sempre maggiore negli ambulatori di gastroenterologia (anche se in media trascorrono circa cinque anni dalla comparsa dei primi sintomi). Sicuramente nel tempo è migliorata la capacità di riconoscere questa condizione, che può essere individuata analizzando le biopsie dell’esofago prelevate durante la gastroscopia, ma non solo. La sensazione diffusa è che il numero di persone colpite sia in aumento, anche se le ragioni di questo fenomeno restano ancora da chiarire. Ciò che è certo è che all’origine dei sintomi vi è una reazione immunitaria localizzata nell’esofago, che si innesca in risposta all’ingestione di determinati allergeni alimentari. In soggetti predisposti, questa reazione può dare luogo a un’infiammazione cronica della parete dell’esofago, con l’accumulo di cellule immunitarie chiamate eosinofili. A innescare l’infiammazione nel 50% dei casi sono i latticini, anche se ancora non è ben chiaro quale possa essere il fattore determinante. «I metodi di produzione casearia negli ultimi cinquant’anni sono cambiati in modo radicale: forse è lì che dovremo guardare» - ipotizza Greuter.
TECNICHE D’AVANGUARDIA - I ricercatori hanno cominciato a battere questa pista sapendo di poter contare sul network svizzero per le malattie gastrointestinali eosinofile, lo SNEGID (Swiss Network for Eosinophilic Gastrointestinal Diseases), che raccoglie biopsie e campioni di sangue dei pazienti. All’Istituto di Ricerca Traslazionale questi materiali biologici vengono impiegati per sviluppare modelli in vitro con cui simulare e studiare quanto accade nella parete dell’esofago. Per farlo, vengono usate diverse tecniche d’avanguardia. Innanzitutto l’interfaccia aria-liquido (Air-Liquid Interface), una tecnica di coltura cellulare in cui le cellule epiteliali crescono con la parte superiore esposta all’aria e quella inferiore a contatto con il terreno di coltura liquido, appunto, ricreando così condizioni più simili a quelle fisiologiche. Ci sono poi gli organoidi, modelli che riproducono gli organi umani in miniatura coltivandoli a partire dalle cellule prelevate dai pazienti stessi. «Usiamo in particolare il cosiddetto “esofago su chip”, un dispositivo miniaturizzato che replica la struttura e la fisiologia dell’esofago umano» - precisa il gastroenterologo. «Attualmente è l’unico disponibile in Svizzera: lo stiamo sviluppando in collaborazione con il Laboratorio di Medicina Rigenerativa dell’IRT diretto dal professor Matteo Moretti e lo stiamo usando per studiare le reazioni dell’epitelio esofageo al cibo».
LE MALATTIE CRONICHE INTESTINALI - Il secondo filone di ricerca su cui si concentra il nuovo laboratorio dell’IRT è quello delle malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI), come la colite ulcerosa e la malattia di Crohn. «All’EOC abbiamo un grande centro a cui afferiscono molti pazienti - dice il nuovo primario. - C’è anche il Registro svizzero delle MICI, di cui sono vicedirettore, che ci permette di avere accesso ai campioni biologici dei pazienti» - continua Greuter, sottolineando con orgoglio il suo duplice ruolo di medico e ricercatore. - Solo una ricerca accademica di alto livello consente di offrire un’assistenza clinica altrettanto qualificata. Per capire i bisogni dei nostri assistiti studiamo in laboratorio i meccanismi biologici alla base delle loro condizioni di salute e portiamo i risultati di questa ricerca fino al letto del paziente, trasformandoli in nuove possibilità di cura».
IN TICINO RICERCA DI ALTO LIVELLO - È proprio questa connessione tra ricerca di base e ricerca traslazionale (cioè quella pensata per arrivare in tempi ragionevolmente brevi al letto del paziente) che lo ha convinto a lasciare Zurigo nel marzo del 2025 per trasferirsi in Ticino. «Il Cantone dispone di tutte le risorse necessarie per sviluppare una ricerca e un’attività clinica di alto livello - riconosce Greuter. - Sebbene laboratori, università e ospedali siano più piccoli rispetto ad altre realtà, la loro vicinanza favorisce una stretta collaborazione e permette di offrire un servizio gastroenterologico di prossimità, altamente qualificato e accessibile. La sfida di creare qualcosa di nuovo è ciò che mi ha conquistato portandomi fino a qui».
Nella sua testa ha così preso forma un progetto in tre fasi. La prima, iniziata dopo il suo arrivo come primario all’EOC, ha puntato sul potenziamento del servizio di gastroenterologia a Lugano con un focus sull’endoscopia avanzata, per rendere possibili interventi complessi che prima spingevano i pazienti oltralpe (come la miotomia esofagea, cioè la sezione delle fibre muscolari dell’esofago). «Vogliamo che i ticinesi abbiano la possibilità di sottoporsi qui a ogni tipo di intervento: l’unica eccezione sarà il trapianto di fegato, che continuerà a essere eseguito a Zurigo, Berna o Ginevra, mentre in Ticino potremo garantire l’assistenza necessaria prima e dopo l’operazione», puntualizza il primario. La seconda fase, avviata lo scorso gennaio, prevedeva il trasferimento del laboratorio di ricerca che Greuter dirigeva all’Ospedale universitario di Zurigo. Ora, invece, inizia la terza fase volta a creare un servizio di gastroenterologia multisito nel Cantone, per essere sempre più vicini ai pazienti. «La sfida è grande - ammette il primario.- Il piano che ho in mente si sviluppa su un orizzonte di 25-30 anni. C’è molto lavoro da fare, ma la mia giovane età mi permette di affrontarlo con una prospettiva di lungo periodo».