Infiammazioni

Tatuaggi, ecco come l’inchiostro entra nei linfonodi e "disturba"
il sistema immunitario

Giovedì 27 novembre 2025 ca. 5 min. di lettura
Un tatuatore al lavoro (foto di Allef Vinicius/unsplash)
Un tatuatore al lavoro (foto di Allef Vinicius/unsplash)
 

Intervista a Santiago González, group leader all’IRB di Bellinzona e coordinatore di uno studio internazionale apparso sulla rivista scientifica PNAS. Molto dipende dalla dimensione dei disegni sulla pelle
di Benedetta Bianco

I tatuaggi potrebbero avere effetti invisibili ben più profondi di quelli che lasciano sulla pelle. A svelare per la prima volta queste conseguenze nascoste ma estremamente importanti è uno studio guidato da Santiago González, group leader all’Istituto di ricerca in biomedicina (IRB) di Bellinzona e docente dell’Università della Svizzera italiana (a cui l’IRB è affiliato). Lo studio ha visto la collaborazione di 12 gruppi di ricerca internazionali.

I dati raccolti grazie a esperimenti svolti su animali e su campioni di tessuto umano sollevano molti interrogativi sulla sicurezza di questa pratica: i ricercatori hanno infatti scoperto che una parte dei pigmenti di inchiostro, in particolare quelli nero e rosso che sono tra i più utilizzati, invece di rimanere sulla pelle viene rapidamente assorbita dall’organismo e finisce per accumularsi nel sistema immunitario, dove rimane per molto tempo innescando un’infiammazione cronica che prosegue anche oltre la breve fase acuta iniziale, della durata di circa due giorni. I risultati di questo studio sono apparsi il 25 novembre sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS).

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Si stima che una persona su cinque nel mondo possieda un tatuaggio. Nei Pesi occidentali vengono generalmente eseguiti con dispositivi elettronici dotati di aghi, in numero variabile a seconda dell’effetto desiderato. Il movimento del dispositivo consente agli aghi di penetrare nella pelle, da uno a quattro millimetri, a seconda della parte del corpo interessata, e di depositarvi il pigmento. Ma le tecniche utilizzate in altre parti del mondo possono essere molto varie: gli Inuit dell’Artico usano aghi d’osso per far passare attraverso la pelle un filo coperto di fuliggine, in Polinesia e Nuova Zelanda si sfruttano pettini d’osso, in Giappone ci sono aghi metallici fissati a una bacchetta di bambù. Il valore estetico e identitario dei tatuaggi ha però una contropartita.

«Appena pochi minuti dopo che il tatuaggio è stato completato, l’inchiostro si ritrova già nel sistema linfatico e arriva immediatamente ai linfonodi - spiega a Ticino Scienza il professor González. - Qui, cellule immunitarie chiamate macrofagi riconoscono l’inchiostro come qualcosa di dannoso ed estraneo al corpo e cercano, dunque, di eliminarlo, senza però riuscirci. Gli inchiostri utilizzati per i tatuaggi, infatti, per definizione non possono essere digeriti dai macrofagi, altrimenti scomparirebbero dalla pelle. Questo è ciò che dà il via alla risposta infiammatoria».

Il sistema linfatico consiste in una complessa rete di vasi e organi che, oltre a drenare i liquidi in eccesso dai tessuti dell’organismo per reintrodurli nel flusso sanguigno, agisce anche come una sorta di filtro, trattenendo batteri, virus e altre sostanze nocive. Lungo il percorso dei vasi linfatici si trovano, infatti, i linfonodi, piccoli organi tipicamente a forma di fagiolo, responsabili dell’attivazione del sistema immunitario e della produzione dei linfociti, un tipo di globuli bianchi deputato all’eliminazione dei microrganismi pericolosi. Quando l’organismo combatte un’infezione, i linfonodi promuovono la produzione e la trasformazione dei linfociti.

«Il fatto che i macrofagi non possano digerire l’inchiostro catturato ne provoca la morte – afferma González - e questo ciclo prosegue senza fine: altri macrofagi ne prendono il posto cercando di eliminare queste sostanze e così via. È proprio questo il problema: il processo amplifica l’infiammazione cronica, perché l’inchiostro rimane nei linfonodi per molto tempo. Non sappiamo ancora per quanto, ma dai nostri esperimenti abbiamo potuto constatare che due mesi dopo aver fatto il tatuaggio i pigmenti erano ancora lì, nei linfonodi».

Tutto ciò indebolisce il sistema immunitario, che si ritrova impegnato in questa inutile lotta continua, lasciandolo più vulnerabile ad altre minacce come infezioni e tumori. Ma tale stato di infiammazione cronica è anche in grado di modificare l’efficacia dei vaccini. Lo studio ha mostrato che topi tatuati ai quali era stato somministrato il vaccino anti-COVID sviluppavano livelli di anticorpi molto più bassi del normale, e risultati simili sono stati ottenuti anche con cellule immunitarie umane precedentemente esposte all’inchiostro. Per il vaccino antinfluenzale, invece, l’infiammazione sembra essere un fattore positivo che ne aumenta l’efficacia. Tali effetti dovranno però essere ulteriormente approfonditi.

Il prossimo passo sarà quello di confermare i risultati con studi specifici sugli esseri umani. «Abbiamo già iniziato – dice il ricercatore dell’IRB – ma ci sono ancora tanti aspetti da valutare: ad esempio, quanto è rilevante la dimensione del tatuaggio. La maggior parte delle persone possiede tatuaggi molto piccoli, e dunque non vogliamo creare allarme in queste persone. Il tipo di inchiostro utilizzato è un altro aspetto, perché ognuna di queste sostanze ha una composizione diversa e quindi non tutti sono tossici in ugual misura. Dal nostro studio è emerso, in ogni caso, che il rosso è quello peggiore, una circostanza già nota perché è anche quello che provoca i maggiori danni alla pelle».

Lo studio ha richiesto circa sette anni perché, come sottolinea González, le domande aperte erano molte e nessuno prima d’ora aveva indagato gli effetti dei tatuaggi sul sistema immunitario. «Volevamo includere, ad esempio - conclude  González - almeno tre tipi di inchiostro (nero, rosso e verde), situazione che ha fatto moltiplicare il numero di esperimenti, e volevamo capire gli effetti sui vaccini. Ecco perché la ricerca ha richiesto tanto tempo».