IRB

Dall’Ucraina a Bellinzona
così continua l’attività di ricerca
con il pensiero sempre a Kiev

Martedì 10 gennaio 2023 circa 3 minuti di lettura
Il professor Alexey Nyporko (foto di Loreta Daulte)
Il professor Alexey Nyporko (foto di Loreta Daulte)

Da alcuni giorni il professor Alexey Nyporko è ospite del gruppo di biologia strutturale all’Istituto di ricerca in biomedicina. All’Università di Kiev, racconta, si continua a lavorare e a studiare anche sotto le bombe
di Valeria Camia

È arrivato nel Canton Ticino pochi giorni fa e ci rimarrà fino alla fine di febbraio, per condurre i suoi studi presso l’Istituto di Ricerca in Biomedicina (IRB) a Bellinzona. Il suo soggiorno in Svizzera è reso possibile dai fondi (grant) del gruppo di biologia strutturale dell’IRB guidato da Luca Varani. Ci parla tramite un collegamento Zoom; i suoi occhi sono attenti, la voce composta. Racconta con naturalezza i suoi ambiti di ricerca: è interessato a comprendere l’architettura delle proteine, che sono catene composte da piccoli frammenti e ripiegate in forme spaziali regolari. In sostanza - aggiunge - studia come sono strutturate le "grandi" molecole biologiche e in che modo le loro caratteristiche spaziali alimentano questi o altri processi cellulari.
Insomma, un’intervista come tante altre, in apparenza. Solo che non è proprio così. Perché “lui” si porta appresso una storia particolarmente dura e difficile, che si è trovato a vivere, suo malgrado. Una storia che - dice - «è compagna della mia routine quotidiana ormai da un anno». La storia è quella della guerra che sta creando enormi danni e devastazioni in Ucraina, attaccata e in parte occupata dalla Russia. “Lui” si chiama Alexey Nyporko e fino a poche settimane fa insegnava all’università di Kiev, dove è direttore del Dipartimento di Biotecnologie Molecolari e Bioinformatica. 

«Sono contento - racconta - di poter usufruire dell’opportunità di lavorare presso l’IRB, che è un centro di eccellenza nel campo della biologia strutturale e di quella cellulare» Poi aggiunge: «Non che l’Ucraina sia priva di ricerche in questo settore. Anche nel mio Paese ci sono grandi progetti, in collegamento con altri atenei internazionali. Io stesso ho collaborato a lungo con università al di fuori dei confini ucraini, ad esempio con i colleghi della University of Western Australia. E poi le accademie ucraine ospitano collaborazioni con professori dall’estero, che portano il proprio know-how negli istituti del Paese e, allo stesso tempo, beneficiano della ricerca condotta in loco. Certo - continua Nyporko - va detto che il numero di questi accademici non è pari a quello che si registra altrove, tra diverse università europee ad esempio. E a mancare sono soprattutto i dottorandi di altre nazioni, che raramente scelgono l’Ucraina come loro destinazione». 

Curioso l’uso del tempo verbale “presente" nelle parole del professore di Kiev, ma non è casuale. Perché c’è un forte sentimento di resilienza che sprigiona da tutto quello che racconta. «Anche in questi mesi di guerra - spiega - con il rischio concreto delle bombe, i miei colleghi (e io con loro, quando ero in Ucraina) continuano ad andare in università. I centri di ricerca accademici rimangono aperti. Là dove possibile si prediligono lezioni online, in remoto. Ma certi esperimenti non possono che essere fatti nei laboratori. Studenti e corpo docente non si fermano. A ogni attacco aereo si scende nei rifugi, ma poi, finito l’allarme, si torna al lavoro». Ci si abitua. La ripete più volte questa frase, il professor Nyporko.

Ci si fa talmente l’abitudine che, di notte, si finisce persino con il riuscire a dormire - racconta. Certo, un sonno leggero, ma «il riposo è necessario se il giorno seguente si vuole essere in forze per affrontare lezioni, scambi con studenti e colleghi, fare esperimenti. Questo è un mio pensiero, ma penso che possa essere sottoscritto anche da tanti altri colleghi a Kiev».