Citizen Science: quando sono
i cittadini a "fare scienza"
di Asia Della Bruna

Una passeggiata nei boschi del territorio, una notte in montagna a osservare le stelle. Uno smartphone registra il canto di un uccello o la configurazione del cielo sopra di noi. Un’app analizza il dato, lo riconosce, lo geolocalizza e lo invia a un centro di raccolta, restituendo allo stesso tempo informazioni a chi osserva. L’esperienza diventa così conoscenza, mentre la ricerca si arricchisce di un’informazione in più. È un esempio semplice, ma efficace, di ciò che oggi viene definito Citizen Science (scienza partecipativa): una modalità di fare ricerca che coinvolge direttamente i cittadini nella produzione di conoscenza.
«Come parte del loro mandato, le Accademie svizzere delle scienze promuovono il tema della Citizen Science - spiega Adele Blatter, collaboratrice de L’ideatorio-USI. - Rientra in un obiettivo più ampio, che è quello di rafforzare il dialogo tra scienza e società, e di promuovere una comprensione reciproca. Uno dei modi concreti per farlo è proprio sostenere e sviluppare progetti di Citizen Science».
Adele Blatter Ingrandisci la foto
Il termine è in uso a livello internazionale dagli anni Novanta. «La Citizen Science - continua Blatter - viene descritta come una metodologia che permette a tutte le persone interessate alla scienza di produrre conoscenze scientifiche in dialogo con la comunità scientifica». Il coinvolgimento riguarda persone esterne alle istituzioni di ricerca, che partecipano volontariamente ai progetti, contribuendo a un apprendimento reciproco e alla creazione di valore per entrambe le parti.
Per dare una struttura a questo approccio, le Accademie svizzere delle scienze hanno investito nella creazione di strumenti di coordinamento e di una piattaforma nazionale. Punto di riferimento centrale è il portale Schweiz forscht, la rete nazionale per la Citizen Science in Svizzera, pensata per rendere visibili e riconoscibili i progetti di scienza partecipativa che sono presenti e attivi sul territorio. La piattaforma raccoglie iniziative in diversi ambiti disciplinari e offre strumenti di orientamento, risorse informative e criteri condivisi che permettono di collocare esperienze spesso frammentate all’interno di un quadro metodologico comune.
Il coordinamento della Citizen Science a livello nazionale è affidato a Science et Cité, centro di competenza delle Accademie svizzere delle scienze, che funge da segretariato nazionale e da punto di contatto indipendente per la promozione e il riconoscimento della Citizen Science in Svizzera. L’Ideatorio-USI, con sede a Cadro, opera come antenna regionale di Science et Cité. È in questo quadro che si inserisce il lavoro svolto in Ticino. «L’Ideatorio, come antenna regionale di Science et Cité, ha ricevuto il mandato dalla direzione nazionale e dalle Accademie svizzere delle scienze di portare la Citizen Science nel nostro Cantone» - precisa Adele Blatter, che è la responsabile del mandato per la Svizzera italiana.
Il lavoro riguarda l’informazione, la sensibilizzazione e la comunicazione, ma anche la mappatura dei progetti già presenti sul territorio. «L’obiettivo è duplice - sottolinea Blatter: - da un lato far conoscere le opportunità legate alla Citizen Science, dall’altro rendere visibili le esperienze che in Ticino esistono già». Una prima fase di lavoro riguarda, inoltre, la traduzione della piattaforma Schweiz forscht in italiano, per facilitare l’accesso e il coinvolgimento della Svizzera italiana. «Siamo all’inizio - conclude Blatter - ma l’idea è creare una rete, favorire lo scambio tra progetti e permettere a chi è interessato di capire dove e come può partecipare».
L’attività di promozione e di messa in rete serve anche a chiarire che molte pratiche già esistenti rientrano pienamente nella metodologia della Citizen Science. Come sottolinea Giovanni Pellegri, responsabile de L’ideatorio-USI, «l’idea non è creare qualcosa che prima non esisteva, ma rendere visibile una modalità di fare scienza che è già praticata da tempo, in ambiti molto diversi: dalla meteorologia all’ornitologia, dalle scienze naturali ad altri settori della ricerca».
Molte ricerche, spiega Pellegri, sono infatti favorite da un’ampia raccolta di dati, che difficilmente può essere garantita da singoli gruppi di ricerca. «Pensiamo, per esempio, all’osservazione degli uccelli - spiega. - Uno scienziato che studia la migrazione non può essere ovunque. Ma là fuori ci sono migliaia di persone appassionate che osservano questi fenomeni».
Accanto alla dimensione operativa, la Citizen Science apre anche una riflessione più ampia sul rapporto tra cittadinanza e sapere. Come osserva Pellegri, «la scienza non è mai completamente neutra: orienta scelte, tecnologie, priorità. Dunque la questione non riguarda solo chi raccoglie i dati, ma anche chi decide quali domande porre e a quale scopo». Da qui nasce una distinzione centrale nel suo discorso: quella tra una partecipazione limitata alla fase esecutiva della ricerca, e una partecipazione che, invece, interviene anche a monte. «Esiste una partecipazione “strumentale” - continua Pellegri. - Io scienziato ho bisogno di dati e coinvolgo il cittadino perché mi serve. E poi esiste una partecipazione piena, in cui il cittadino è coinvolto anche nel definire quali ricerche sono rilevanti, quali rischi comportano, quali implicazioni hanno». È in questo senso che Pellegri parla di un possibile rischio di participation washing, come si dice in gergo: un coinvolgimento, cioè, che resta formale, più che tradursi in una reale condivisione dei processi decisionali.
Questo non significa mettere in discussione il ruolo dell’expertise (autenticazione) scientifica. «L’expertise resta fondamentale - chiarisce Pellegri - ma non è sovrana». Accanto alle competenze disciplinari, esistono infatti altre forme di conoscenza, legate all’esperienza e al vissuto, che possono diventare rilevanti se trovano spazio e riconoscimento.
La riflessione si inserisce in un contesto strutturale più ampio, segnato da una crescente frammentazione dei saperi. «Oggi siamo arrivati a un livello di iperspecializzazione tale che le discipline faticano a parlarsi - osserva Pellegri». In passato, ricorda, figure come Dante tenevano insieme ambiti diversi del sapere; oggi quella unità è diventata rara.
Non si tratta di rimpiangere un’unità perduta, né di idealizzare un passato in cui scienza e umanesimo convivevano senza tensioni. La questione è piuttosto interrogarsi su cosa si perde quando il sapere scientifico si separa radicalmente dalle dimensioni simboliche, sociali ed esperienziali che continuano a dare senso ai fenomeni osservati. «Il cielo - aggiunge Pellegri - è quello dell’astronomo, certo. Ma è anche quello del filosofo, dell’innamorato, del bambino. Se lo riduciamo solo a forze gravitazionali, non è falso, ma è incompleto. E soprattutto allontana le persone».
È anche in questo senso che Pellegri legge il potenziale della Citizen Science. «È una pratica positiva, nata da un desiderio genuino di partecipazione - conclude. - Oggi spesso il cittadino è coinvolto solo a valle, ma la vera svolta sarebbe decidere insieme anche a monte, mantenendo chiaramente il ruolo dell’esperto, senza negarlo, ma senza renderlo assoluto».